domenica 19 novembre 2017

Baricentrismo e colonialismo regionale hanno impoverito Foggia e la Capitanata (di Vincenzo Concilio)

In un commento all'articolo sull'ennesimo episodio di disimpegno di Trenitalia da Foggia (la chiusura del cosiddetto Impianti Equipaggi), scrivevo che questa volta non si possono addossare responsabilità alla geopolitica e al "baricentrismo" che tante volte hanno penalizzato il capoluogo dauno, ma che il movente va piuttosto ricercato nelle filosofie aziendali di Trenitalia. Resto della mia opinione, ma è innegabile che il contributo di Vincenzo Concilio che segue, pur sostenendo un'altra tesi, contenga seri e condivisibili elementi di riflessione.
Non credo che il processo di accentramento nel capoluogo regionale di uffici, funzioni, infrastrutture nevralgiche per lo sviluppo possa essere interpretato con gli schemi di quel fenomeno della Storia comunemente identificato come Colonialismo. Ma non c'è dubbio che, dalla istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme della Regione, favorendo il centro. Non è un caso che il malpancismo pugliese tocchi tanto il Salento (meno colpito rispetto alla Puglia settentrionale, avendo avuto la fortuna e la capacità di esprimere presidenti dei governi regionali) quanto la Capitanata (che non riesce ad essere unitarie neanche sul piano dell'analisi).
Leggetelo, condividetelo, ma soprattutto commentatelo, ed esprimete la vostra opinione. (g.i.)
* * *
La geopolitica ed il baricentrismo non c'entrano nulla?
Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto?
Trenitalia considera i suoi utenti numeri che devono generale profitti?
Tutto ha una sua forza peso e tutto ha una sua storia...
Globalizzazione è un termine adoperato a partire dagli anni '90 del Novecento, per indicare "un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo".
Nella sua accezione pragmatica,  " la globalizzazione  può esercitare effetti positivi sull’economia mondiale ; in particolare, la liberalizzazione e la crescita degli scambi commerciali e finanziari potrebbero stimolare un afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali e favorire una tendenziale riduzione del divario economico fra aree sviluppate ed in via di sviluppo" e questo varrebbe anche all'interno di uno stesso paese.
Ora, la storia della colonizzazione viene temporalmente prima di quella della globalizzazione che in se stessa potrebbe ancora significare o liberalizzazione o neocolonialismo.

sabato 18 novembre 2017

Ricostruzione del palazzo regale di Federico II, la disponibilità di Tresoldi

Prende corpo e mette le ali il sogno di ridare vita al palazzo regale che Federico II fece costruire a Foggia, affidando il progetto artistico ad Edoardo Tresoldi, autore della spettacolare ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto.
Interpellato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’artista ha manifestato la sua disponibilità a studiare l’idea, dichiarandosi onorato “dell’interesse spontaneo nato tra i foggiani…”
“Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci” puntualizza Tresoldi, dicendosi “molto legato a Manfredonia ed a tutta la Puglia.”
L’artista è molto rispettoso dell’identità dei luoghi e dei beni su cui opera: “La forza del lavoro della Basilica di Siponto - dice ancora nella mail inviata alla redazione foggiana del quotidiano regionale - era data dalla sua specificità, dal racconto che abbiamo potuto creare e sviluppare sulla storia del sito. Ultimamente sto ricevendo diverse proposte per ricostruire e re-interpretare edifici storici e siti archeologici da tutto il Mondo. Ne sono orgoglioso, ma allo stesso tempo consapevole dell'importanza che questi luoghi rivestono per l’identità e la storia delle comunità. Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci ed il paesaggio, arricchendolo ma rispettandone la sua identità.”
Una necessità, questa, condivisa dall’ampia ed attenta platea che qualche giorno fa ha partecipato al convegno promosso sull’argomento dall’associazione degli Amici del Museo. Il palazzo di Federico II, di cui sono purtroppo giunte fino a noi solo poche e sparute vestigia (l’arco d’ingresso e l’iscrizione, murate nel fianco laterale del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissute ai bombardamenti della tragica estate del ’43) costituisce un elemento fondamentale dell’identità e della storia di Foggia.
L’idea di valorizzarlo attraverso il recupero virtuale ed artistico del Palazzo imperiale era stata lanciata dal giornalista-scrittore Giovanni Cataleta e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione che ha raccolto oltre 1.600 firme. Il partecipatissimo convegno svoltosi al Museo Civico ha confermato la grande sensibilità ed attenzione della cittadinanza foggiana verso questo tema.
La disponibilità manifestata da Tresoldi costituisce un ulteriore passo in avanti in un cammino che si preannuncia complesso, ma affascinante. Il progetto potrebbe diventare un percorso condiviso, un laboratorio aperto, una sorta di work in progress sul quale coinvolgere istituzioni ed associazioni culturali, scuole, giovani.
Nella foto che illustra il post, il titolo e la fotografia dell’articolo pubblicato sulla prima pagina della Gazzetta di Capitanata di oggi.

venerdì 17 novembre 2017

La bella Foggia che non c'è più: la Caserma di Cavalleria

Proseguo la pubblicazione del ciclo di vecchi articoli usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nell'ambito della rubrica Foggia da salvare. Diversamente dall'oggetto del primo articolo di qualche giorno fa, il portale di San Martino della Cattedrale, questa volta il bene di cui parlo non si è salvato. Nemmeno un po'.
Quando scrissi nel 1981, della Caserma di Cavalleria che qualche studioso ha attribuito a Federico II, sopravvivevano alcuni archi, residue testimonianze dell'antico splendore. Oggi non restano neanche quelli: sono stati divorati dalle consuete attività di sostituzione edilizia.
Più o meno stessa fine aveva fatto un altro gioiello di cui parlo nell'articolo: il Palazzo della Pianara, che secondo qualcuno era collegato alla Caserma di Cavalleria da una galleria, nel sottosuolo.
Alcuni storici negano la possibilità di camminamenti sotterranei (mancherebbe l'aria), però durante i lavori di sistemazione dell'omonimo piazzale Matteo Pazienza, che curava l'opera, si accorse dell'esistenza di un percorso sotto il piano stradale. Oggi sono in corso lavori di restauro, a cura di Luigi Colapietro, massimo esperto degli ipogei foggiani.
A fianco, nello scatto di Antonio Pipino, gli archi della Caserma di Cavalleria, come si presentavano nel 1981. La foto che apre il post è tratta invece dal libro Foggia Imperiale di Benedetto Biagi, ed è stata colorizzata con tecniche di intelligenza artificiale avanzata. Trovate qui l'intera collezione delle foto, originali in bianco e nero, e colorizzate, dell'interessante volume. Qui potete invece scaricare l'articolo originale comparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
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FOGGIA DA SALVARE / Fu colpita durante l’ultima guerra

Restano solo due archi della caserma di Federico

Forse da essa partirono i soldati che repressero nel sangue, nel 1895, i moti del pane

FOGGIA — Due archi, stancamente addossati a un moderno palazzo, in mezzo a lamiere e rifiuti. Questo è tutto quanto rimane della “caserma di cavalleria di Federico II”, in vico Cappuccini.
Che a edificarla sia stato proprio l'imperatore svevo è cosa non certa: sicura, però, è la sua origine medievale, che ne faceva un edificio importante per una città priva di tracce medievali, qual è Foggia. A determinarne il progressivo degrado fu, più che il tempo, l'incuria degli uomini.

"Soprattutto al Sud". Il Mezzogiorno tra nostalgie borboniche e urgenze autocritiche (di Alfonso Foschi)

Raramente mi è successo di leggere una riflessione così lucida e puntuale sulla questione meridionale. L'autore, Alfonso Foschi, collabora con la Gazzetta di San Severo. Originario della nostra terra, è emigrato al Nord con la sua famiglia, quando era ancora un ragazzo.
Nel suo articolo, Foschi affronta la questione meridionale da un punto di vista che so particolarmente caro agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. Il divario che separa Nord e Sud, così come l'arretratezza economica del Mezzogiorno sono un dato di fatto che viene sempre più dimenticato. Ma ciò non legittima nostalgie borboniche o neoborboniche, e rilancia la necessità di una riflessione, anche autocritica, sui meridionali.
Una tesi che, sono certo, farà discutere con la consueta passione civile e tensione ideale quanti seguono il blog. Ringrazio Foschi per il suo bel contributo a vi invito a leggerlo, condividerlo, commentarlo.
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Quando si parla in negativo dell’Italia su qualsivoglia aspetto, segue, scontato, il ritornello “… soprattutto al Sud“. È l’eterna questione meridionale vissuta sulla pelle di chi, come il sottoscritto, “terrone” di nascita e “padano” d’adozione sin dalla fanciullezza, ha vissuto sia il tempo del Secondo Dopoguerra, quando al Nord “non si affittava ai meridionali “, sia quello della Lega bossiana, quando in Padania si gridava “forza Vesuvio“.

mercoledì 15 novembre 2017

La globalizzazione sta azzerando la Capitanata

Tra le diverse reazioni alla lettera meridiana in cui davo notizia della chiusura dell’Impianto Equipaggi di Foggia, ad opera di Trenitalia, mi ha particolarmente colpito quella di Vins Ger. Il commento si riferisce a quanto avevo scritto nel post, e ad una mia ulteriore riflessione, nella discussione sul social, in cui rilevavo che, nella vicenda della chiusura dell’impianto equipaggi, la geopolitica e il presunto baricentrismo che sorregge talune scelte politiche non c'entrano nulla, ed invitavo a riflettere sull'incapacità della classe dirigente di avviare un vero confronto con Trenitalia.
Trascrivo testualmente le considerazioni di Vins Ger:
caro Geppe la tua analisi non fa una grinza, questa volta il baricentrismo, il foggianesimo, il lamento continuo, mi pare proprio non c’entrino nulla, Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto, il vero dramma è che il costo di tutto ciò ricade su noi tutti, visto che la proprietà di FSI è del Tesoro.
A prima vista sembrerebbe un commento come tanti. Lucido, intelligente, pacato. E sarebbe proprio così, se a farlo fosse stato un cittadino qualsiasi, ed esprimesse il punto di vista di un cittadino qualsiasi. Ma Vins Ger non è solo un cittadino: dirige una delle più grandi aziende (private) di trasporto del Mezzogiorno, e guida la principale associazione di categoria delle industrie di trasporto privato.
Da un punto di vista strettamente ideologico, è quello che viene definito un padrone, e come tale avrebbe tutto il diritto di interpretare la parte del manager spietato, che bada solo agli utili della sua azienda e ai dividendi elargiti agli azionisti, incurante dell’impatto “sociale” (parola, ahimè, ormai desueta, e temo che bisognerà organizzare una petizione perché non venga espunta dai dizionari, o classificata come arcaica) che le sue scelte possono produrre su una comunità, un territorio.

Quando le radio locali rivoluzionarono l'informazione

Ho capito cosa erano le emittenti locali e che potenzialità potessero avere, un pomeriggio di tanti anni fa, mentre ascoltavo Radio Luna. Su Foggia si era scatenato un autentico nubifragio. Ad un certo punto la città fu scossa da un fortissimo tuono che percepii chiaramente e contemporaneamente, sia durante la trasmissione che era in onda in quel momento, sia fuori la finestra di casa mia.
Per la prima volta, la radio diventava qualcosa di vicino. Terribilmente vicino. E capii che come poteva farti sentire il rumore del suono in tempo reale, così la radio poteva dare voce e sonorità ai fatti piccoli e grandi che tutti giorni avvengono nelle strade, nelle piazze e nei quartieri della città.
Le radio locali hanno avuto una grande importanza nella storia dell’informazione locale foggiana. E hanno creato almeno un paio di generazioni di nuovi giornalisti. In un certo senso hanno sdoganato il mestiere di giornalista che prima era appannaggio di quei pochi fortunati che potevano frequentare le redazioni degli sparuti giornali che venivano pubblicati a Foggia.
Allora non lo sapevo, ma quel tuono avrebbe cambiato la mia vita, convincendomi ancora di più a percorrere la strada affascinante che porta al mestiere più bello che c’è.
Avevo quasi deciso di abbandonarlo, quel percorso, dopo le prime esperienze con la carta stampata. Sarebbe ripreso di lì a poco. A Radio Foggia 101, fondata e diretta da quel grande forgiatore di giornalisti che è Matteo Tatarella.
A Radio Foggia avrei ritrovato Michele Campanaro, con cui avevo condiviso qualche anno prima esperienza teatrali e culturali, e avrei conosciuto Maurizio De Tullio, che veniva proprio da Radio Luna. Un’amicizia, e  un sodalizio, che dura ancora oggi.
Di quella generazione di “pionieri” si parlerà oggi pomeriggio nel corso di un incontro che si svolgerà nella Biblioteca Provinciale la Magna Capitana e che vedrà protagonisti proprio Michele Campanaro e Maurizio De Tullio, due giornalisti che hanno scritto pagine importanti nelle redazioni delle radio locali di quegli anni.
L’incontro ha come tema C’era una volta la radio privata, ed ha luogo nell’ambito della quarta edizione delle Conversazioni di storia locale, promosse dalla Sezione Fondi Speciali della prestigiosa istituzione culturale foggiana.
Non mancate, perché sarà l’occasione di rivivere una pagina importante della storia dell’informazione e della cultura cittadina.
G.I.

martedì 14 novembre 2017

L'eterno conflitto tra bene e male nelle sculture metalliche di Pasquale Pepe

Una delle opere di Pepe in mostra a Parcocittà
Se pensate che l’arte sia tanto una opportunità di godimento estetico quanto un’occasione di riflessione culturale e morale, fate un salto a Parcocittà e visitate la mostra di Pasquale Pepe, giovane e talentuoso scultore foggiano, che con le sue opere di metallo affronta e declina un tema da millenni caro alla filosofia: il bene e il male. Molte delle sue opere - potenti, suggestive, emozionanti - riguardano quel fenomeno della storia dell’umanità che più di ogni altri scandisce l’eterno conflitto tra i bene e il male: la guerra che produce morte, distruzione, oscurità ed è in se stessa antitesi all'amore, alla luce e alla vita.
Tra le mani di Pasquale Pepe - che nella vita di tutti i giorni fa il fabbro, e conosce dunque bene la materia - il metallo, a volte forgiato, altre volte inciso ed intagliato, diventa racconto. Al simbolismo bellico (elmetti, armi, bombe, tagli, cesure) che occupa molta arte delle sue opere  si contrappongono elementi vegetali che indicano ed esaltano la vita: arti umani fitomorfi, virgulti che spuntano da crepe, efficaci trasposizioni allegoriche dell’eterna dialettica tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
Inaugurando la mostra, Gianfranco Piemontese, docente di storia dell’arte ha sottolineato come in Pepe si mescolino con notevole originalità artistica espressionismo e neodadaismo, per la capacità di dare forma al metallo, e combinare le forme con il riuso di materiali "quotidiani".
Per visitarla c’è tempo fino al 21 novembre. A Parcocittà (Parco San Felice) dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20.30, nel giorni feriali, e dalle 10 alle 13 e dalle 17.30 alle 20.30 la domenica.
Un momento della cerimonia inaugurale

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