lunedì 29 febbraio 2016

San Severo non merita certi titoli sui giornali

Qualche giorno fa, il prof. Mario Morcellini, sociologo esperto di comunicazione. commentando i dati sulla criminalità nel Paese ha svolto ad UnoMattina alcune considerazioni su cui vale la pena riflettere.
Il dato di partenza è che i reati restano sostanzialmente stabili, nonostante la crisi economica che poteva far temere una recrudescenza. “La curva dei reati da molti anni è tutto sommato stazionaria, i delitti restano sostanzialmente statici, gli omicidi sono in diminuzione”, ha detto l'esperto.
Di tutto ciò, però, il Paese non ha percezione, anzi nell'immaginario collettivo è diffusa l'idea di vivere sotto l'assedio della criminalità. 
Sulle responsabilità Morcellini non ha dubbi: è dei mass media che, come dire, enfatizzano la cronaca nera. ”Ma un paese - ha concluso il docente romano - non può vivere rappresentando se stesso, dalla mattina alla sera, sempre in modo negativo.”
Il giorno prima avevo letto, sul tema, un accorato post di Francesco Miglio, sindaco di San Severo, che sul suo profilo facebook commentava amareggiato le polemiche esplose dopo l’ennesimo omicidio che ha sconvolto la cittadina dell’Alto Tavoliere. 
“Ricordo ai miei concittadini - ha scritto il primo cittadino - che solo qualche anno fa si sparò in pieno giorno su viale Matteotti. Io ero un consigliere di opposizione ma mi guardai bene dal definire la mia città un far west e che solo l' esercito poteva garantire sicurezza, (quasi fosse una città sudamericana) e che se il governo non mandava l'esercito era tutta colpa del sindaco allora in carica. Di sciocchezze ne ho lette tante, ho visto manifesti di morte, chi si chiedeva dove fosse il sindaco quando il povero Carafa veniva assassinato e tante altre idiozie. Il risultato è che dal Brennero a Pantelleria viene fuori un'immagine ingenerosa di San Severo. Spero che in tanti mi leggano e ad ognuno di loro dico che San Severo in provincia di Foggia è un posto meraviglioso, ricco di storia, valori, cultura, enogastronomia ed io sono orgoglioso di esserne il Sindaco.”
Quanto è accaduto a San Severo non rappresenta un caso isolato: è quasi la regola quando in una città, in un comune, in un paese si verificano efferati fatti di sangue.

Il grido di dolore lanciato da Miglio deve però far riflettere. San Severo è un paese straordinariamente ricco di identità e di creatività, di cultura e di tradizione culturale, che non  merita certi titoli sui giornali e certi autogol mediatici. 

Un cortometraggio sui bombardamenti e sulla ricostruzione, per una memoria condivisa

Nel 1953, in occasione del decimo anniversario dei tragici bombardamenti che avevano raso al suolo la città, l’amministrazione comunale di Foggia dette alle stampe una pubblicazione intitolata Foggia nelle sue distruzioni, nelle sue necessità.
Il documento non è molto noto al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, ma è prezioso per comprendere le complesse dinamiche della ricostruzione, che rappresenta tuttora una pagina poco studiata della storia recente del capoluogo dauno, ma decisiva, anche per comprendere i problemi attuali della città.
La pubblicazione, che si segnala anche per la sua ricca documentazione fotografica, impaginata e montata con tecniche particolarmente efficaci e moderne, offre sia testi descrittivi della situazione di miseria e di povertà che angosciava Foggia negli anni Cinquanta, sia  un’approfondita analisi amministrativa dello stato di fatto e delle opere pubbliche necessarie per la ricostruzione e la ripresa condotta dal sindaco dell’epoca, Giuseppe Pepe.
La brochure diventerà un cortometraggio, più precisamente il saggio conclusivo del Laboratorio di linguaggio audiovisivo e cinematografico promosso dall’Auser di Foggia nell’ambito delle attività dell’Università della Libera Età “Silvestro Fiore”. “Lo abbiamo scelto – spiega Geppe Inserra, coordinatore del progetto – per la sua particolare ricchezza iconografica, ma anche perché questo documento esprime al meglio l’idea di immagine militante su cui si è sviluppato il laboratorio: utilizzare materiali poveri, come le fotografie, per raccontare.”

Le architetture di pietra del Gargano in uno straordinario reportage di Corrado Alvaro

Il 30 marzo del 1938, La Stampa pubblicò un reportage di Corrado Alvaro, che raccontava il Gargano come monumento naturale e storico, dal punto di vista delle straordinarie architetture di pietra, dei terrazzamenti, dei pagliai, che ne punteggiano il territorio. 
Lo scrittore calabrese, che con Gente in Aspromonte qualche anno prima si era rivelato al grande pubblico, aggiudicandosi un importante premio letterario promosso proprio dal quotidiano torinese, e che due anni dopo avrebbe dato alle stampe Itinerario italiano, viaggio sentimentale tra Marche, Gargano e Abruzzo, scrive da Monte Sant’Angelo, disegna una quadro straordinario del Gargano e del suo popolo. 
È singolare come nella titolazione ricorra due volte il termine “gente”, quasi che Arpino voglia sottolineare il legame profondo ed indissolubile che unisce il Gargano ai garganici, che lo scrittore definisce, nel titolo I costruttori del Gargano.
L’occhiello è invece  Il focolare della nostra gente, mentre il sommario recita: La gente che ha costruito l’enorme monumento dei bastioni delle sue montagne è fiera gelosa e dura tanto dura che neppure il matrimonio accade senza dramma 
Ecco il testo di questo straordinario pezzo di giornalismo e di letteratura. Potete scaricare la versione originale in pdf cliccando qui.
* * *
Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. Ma s’immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una preoccupazione architettonica nella sua abitazione, nel suo forno, nel suo rifugio di montagna. Da Manfredonia a Monte S. Angelo, si va prima per un pendio sul mare, di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli, di olivi e di pini d'Aleppo. La montagna è una pietraia deserta là davanti, e si misura dove e come il vento la tormenta. In una piega del terreno, in una ruga, in una valle, dove il vento non arriva, qualche albero si leva, una macchia verde descrive la sua pace. Ma salendo per la strada bianca, quello che era il deserto appare un bastione di pietrame, e non qui soltanto, ma su tutti i poggi e i monti intorno; alla fine, sull'intero promontorio. Tutto quello che si scorge, dalle valli asciutte alle cime, è.una grandiosa opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi, dei mandorli, delle vigne, del grano. Un movimento a spirale avvolge monte dietro monte, i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento concorde; il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte è rigato allo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno, simile all'avvolgersi di certe conchiglie. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edificio bianco. 

domenica 28 febbraio 2016

Sgarbi ad alzo zero: "Pale eoliche violenza di Stato"

Non era la prima volta che Vittorio Sgarbi interveniva sul tema delle pale eoliche e del pesantissimo impatto paesistico ed ambientale che la Puglia e la Capitanata hanno dovuto sopportare per la produzione di energia da fonti alternative. Ma oggi ha usato la mano ancora più pesante.
A Foggia per il suo spettacolo Il Caravaggio di Sgarbi, il popolare critico si è lasciato andare davanti ai microfoni del TGR Puglia ad un’autentica requisitoria, destinata a suscitare nugoli di ulteriori polemiche.

A Sergio De Nicola che gli domandava cosa pensasse della Puglia, Sgarbi ha risposto: “È la Regione più bella d’Italia dal punto di vista paesaggistico, della luce, dei centri storici, martoriata dalla violenza di Stato costituita dalle pale eoliche, e dall’indifferenza totale, degli uomini di Governo, dei presidenti della Regione e di quelli che si occupano di beni culturali, che ignoranti come capre hanno fatto tutto meno che difendere il paesaggio, gente che dovrà pagare.”

Su Youtube un inedito di Umberto Giordano

Ci sono giornate che s’illuminano all’improvviso, grazie alla bellezza che non t’aspetti, e che irrompe nel grigiore quotidiano.
Qualche giorno fa ho “carpito” su MensArte, bella pagina Facebook curata dall’amico Rino Pensato, un link dove si parlava di un brano inedito di Umberto Giordano.
Ero piuttosto di fretta, così mi sono limitato a copiarlo, rinviandone l’ascolto a quando fossi stato più tranquillo. L’ho messo oggi…  
È stupendo, straordinario, insospettabile. Il brano è stato composto nel 1945, tre anni prima della morte, che sarebbe occorsa nel 1948. Il genio creativo del Maestro foggiano non era brillante più come un tempo, ma in alcuni passaggi ed alcune sonorità di questo Andantino e Allegro per violoncello e pianoforte si ritrova, non senza emozione e commozione, il miglior Giordano. 
Come si apprende nella pagina di YouTube in cui è pubblicato il brano, la composizione è inedita, ed il manoscritto è di proprietà del Comune di Foggia.
Il filmato YouTube propone la registrazione dal vivo della prima esecuzione assoluta, effettuata a Foggia il 18 Giugno 1998 nell'ambito di un concerto organizzato dall’Assessorato provinciale alla culturale e dal Conservatorio di Foggia in occasione del cinquantenario della morte del compositore. Ne sono ottimi esecutori Francesco Montaruli al violoncello e Maria Rosaria Oliviero al pianoforte.
Ascolto e mi prende un'emozione profonda. Così riascolto, e riascolto.
Non so voi. Ma io mi sento centomila volte orgoglioso di essere foggiano perché questa città ha visto nascere uno che compone una musica così. Sentitela, suonatela, amatela, condividetela.

sabato 27 febbraio 2016

Il racconto di Lucera e del Tavoliere di Renzo Biasion

di Maurizio De Tullio
Quello che vi apprestate a leggere è un viaggio, metà reportage e metà racconto, ma è soprattutto un dipinto realistico o un safari fotografico con effetto seppia di un pezzo di storia contadina che non c’è più.
Racconto e dipinto, si è detto, perché il suo autore, Renzo Biasion (1914-1996), fu l’uno e l’altro: un ottimo scrittore e un grande artista. Da un suo libro del 1953 è stato liberamente tratto il racconto che fa da sfondo a uno dei più bei film del cinema italiano, non a caso premiato nel 1991 con l’Oscar, “Mediterraneo”, di Gabriele Salvatores.
Biasion venne in Capitanata nella primavera del 1952, inviato speciale del suo giornale – era una delle firme di punta della pagina culturale del quotidiano torinese “Gazzetta del Popolo” – e la sintesi della sua permanenza a Lucera compare nella edizione del 20 aprile 1952.
Lo scrittore dice subito come la pensa ed esprime il suo giudizio su Lucera: è la migliore cittadina del Tavoliere, ed usa il termine ‘migliore’ in luogo di ‘bella’, temendo forse di restare compresso nel solo giudizio estetico. Per lui, evidentemente, conta l’insieme di impressioni e non solo quello che la vista gli suggerisce.
E così Biasion ci trasporta in una Lucera nella quale “… non è raro incontrare giovani che nei volti scuri e nei corpi slanciati mostrano l’antica origine saracena”; ci restituisce un’immagine di società contadina antica, chiusa a riccio nei suoi valori ancestrali, quando spiega la difficoltà di poter visitare una masseria se non si è accompagnati da qualcuno che conosce i padroni di casa: “…Per la grande distanza dalla città, per i numerosi cani, di carattere assai cattivo, che la difendono, e perché i contadini, piuttosto diffidenti, non lasciano entrare estranei”.

Nella Foresta Umbra quell'antica chiesetta ma...

 Gli impareggiabili amici e lettori di Lettere Meridiane non si sono fatti pregare, ed hanno risolto a tempo di record il rebus della collocazione precisa della “chiesetta di Sant’Antonio tra le conifere” cui avevo dedicato un post qualche giorno fa.
In quella lettera meridiana mostravo la suggestiva fotografia in bianco e nero del tempietto, rinvenuta nel Fondo Ester Loiodice, custodito dalla Biblioteca Provinciale di Foggia La Magna Capitana.
Purtroppo, la chiesetta non è sopravvissuta alle ingiurie del tempo e non esiste più. Del tempio originario è sopravvissuto sol il campanile che si trova nella Foresta Umbra.
La fotografie che illustra il post,  in cui vediamo i resti dell'antica chiesetta, è stata mandata da Ottavio Casolaro mentre Maurizio Marrese precisa che “adesso si identifica col nome della Caserma Sansone."
Ena Servedio aggiunge alla localizzazione alcuni ricordi personali: "La chiesina di S.Antonio in Foresta Umbra. La stessa immagine e il ricordino della mia prima comunione il 16 giugno 1957. E stata scattata dal campetto dove oggi c'è il museo ed allora c'era la stazione meteorologica che poi fu rispostata nel giardino prospiciente. L'amministrazione era stata costruita nel 1926 e abbattuta negli anni '70." Purtroppo la foto di cui si èarla non c'è, ma ho voluto comunque conservare il testo, che costituisce una bella testimonianza.
Che l’abbattimento sia relativamente recente è confermata anche dalla immagine della “cartolina viaggiante”, qui a fianco, postata da Marco Scarpiello (che ringrazio molto) e che risale al 1968.
Domenico Sergio Antonacci pubblica sul suo blog Amaraterra un interessante articolo in cui adombra l’ipotesi che originariamente la chiesetta non fosse intitolata al Santo frate di Padova ma a S.Pier Celestino, il papa Celestino V, che dopo la storica rinuncia si sarebbe nascosto sul Gargano per sfuggire ai suoi persecutori, diventando il protettore dei suoi boschi.
Antonacci cita un articolo comparso nel 1951 su Il Gargano: "nel cuore della selva, si scopre un'ampia piazza da villaggio coronata di conifere e cinta di alte e ben curate siepi ornamentali ove si eleva al cielo il campanile di una linda Chiesetta dedicata al gran Santo di Padova.
Ma qui, come parentesi, teniamo ad osservare che il taumaturgo patavino è fuori d'ogni rapporto storico col nostro Promontorio. Il titolo della nostra piccola Chiesa spettava logicamente a S. Pier Celestino, il venerando veglio di Morrone, il quale, dopo la sua rinunzia al Papato, andò errando per le contrade nostre più solitarie e nascoste per sfuggire ai suoi persecutori."
Alcuni amici del gruppo Sei di Vico del Gargano se... aggiungono interessanti particolari sulle conifere e sugli alberi che circondano i resti della chiesa.
"La chiesetta di S. Antonio - scrive Rocco Hrokr Sgherzi - è andata distrutta. Rimane in piedi solo il suo campanile. È situata di fronte al centro visite della Foresta Umbra. In quanto alle conifere, sono tutt'ora presenti. Si tratta di alberi messi a dimora su disposizione di Aldo Pavari, uno dei Padri della selvicoltura italiana. L'arboreto Pavari, così si chiama, è un impianto sperimentale-didattico che compende una vasta collezione delle conifere forestali italiane, dal Larice all' Abies nordmanniana."
Giuseppe Miglionico  precisa, infine, che "tra le piante messe a dimora anche una sequela americana."

Nonno Ciccio porta il Foggia in Europa

Ringrazio molto Giovanni Cataleta per aver voluto mettere a parte amici e lettori di Lettere Meridiane di questo nuovo ed esemplare capitolo della storia di nonno Ciccio, l'anziano supertifoso del Foggia che sta diventando sempre più l'ambasciatore di una idea e di calcio ricca di sorriso e di umanità. Ecco il racconto di Giovanni Cataleta.
* * *
La fama di Francesco Malgieri, per tutti nonno Ciccio, il super tifoso dei Satanelli, ha oltrepassato la Manica. Lo straordinario novantenne con il suo messaggio di pace, dopo essere arrivato su testate nazionali ha incuriosito la redazione di un sito inglese, Copa90.com che ha deciso di dedicargli un servizio.
Gli inviati inglesi sono arrivati armati di tutto punto a Foggia ed hanno effettuato riprese allo Zaccheria, intervistato il simpatico super tifoso e seguito la sfortunata trasferta dei Satanelli a Lecce.
Sabato scorso allo stadio di via del Mare la troupe di Copa90.com ha seguito e filmato tutta la trasferta di nonno Ciccio che, come al solito, è arrivato in Salento guidando la sua Renault Laguna.
Sistemato nel settore ospiti dello stadio leccese, con i suoi striscioni, bandiere e con il suo eccentrico abbigliamento, Francesco Malgieri ha confermato il suo attaccamento ai colori rossoneri.
Alla fine saluti e abbracci con gli amici di Copa90.com, i tifosi rossoneri lo hanno ringraziato intonando il coro: "Portaci, portaci, portaci in Europa, nonno Ciccio, portaci in Europa !"
Il filmato realizzato da Copa90.com sarà visibile in rete, secondo quanto dichiarato dal giornalista Martino Simcjik Arese dal 2-3 marzo prossimo.

venerdì 26 febbraio 2016

Quel campanile nascosto dalla torre eolica

Il campanile coperto dalla torre eolica
Da qualche giorno, gli abitanti delle campagne che circondano Segezia non riescono più a vedere il campanile della Chiesa della borgata, che per anni è stato il loro punto di riferimento, la presenza amica e rassicurante che li ha fatti sentire facenti parte della stessa comunità.
La visione del campanile è adesso impallata da una torre eolica in corso di costruzione.Uno schiaffo non solo al paesaggio, ma anche all’arte e alla storia. Il campanile della chiesa dell’Immacolata di Fatima è tra i più pregevoli della città. Venne progettato, come il resto del borgo e della chiesa, dall’arch. Concezio Petrucci, valente professionista originario di San Paolo Civitate, già autore della Chiesa di San Michele Arcangelo. Come si legge nel sito dell'archidiocesi, "il campanile a pianta quadrata sorge sul grande sagrato della Chiesa, come corpo a se stante, è costituito da nove piani a loggiato e termina con una cuspide conica coperta di maioliche."
Il lamento di Angelo Valentino Romano che per primo ha lanciato sul social network l’allarme per l'oscuramento del Campanile, va pubblicato, se fosse possibile a lettere cubitali, custodito e tramandato ai posteri come esempio di cosa accade quando non si considera più il paesaggio una risorsa comune, ma un bene da utilizzare (e sfruttare) a finalità economiche e produttive.
Il campanile in tutto il suo splendore
“E il campanile di Segezia non c'è più... Una nuova torre eolica a rompere un paesaggio – scrive Romano -  a cui tutti siamo abituati, una visuale familiare che ora non ci sarà più. Un punto di riferimento inconfondibile per tutti, quasi come un faro in un mare di grano in questa parte così bella della campagna foggiana. Per me (e penso di interpretare il pensiero di tanti) è come se avessero buttato giù il campanile di Segezia.”
Condivido l’amarezza di Angelo. E ricordo quando, qualche anno fa, scendendo un mattino da casa e imboccando via Rovelli per andare in ufficio, guardando come ogni mattina verso i Monti Dauni mi accorsi che tutt'a un tratto non si vedeva più quello “spicchio” della Cattedrale di Troia, che per secoli con la sua austera bellezza, ha  ricordato agli abitanti della piana del Tavoliere la potenza del Creatore.
I cambiamenti al paesaggio funzionano così. Sono rapidi, improvvisi. Appaiono da un momento all'altro, inattesi come un baleno, ma poi durano per sempre. Mandando in frantumi, equilibri antichi e profondi.

giovedì 25 febbraio 2016

Lo schiaffo del Tg1 a Faeto e ai Monti Dauni

Con gli amici della Refola - il gruppo culturale troiano che ruotava attorno a Radio Studio 98 e successivamente al periodico ispirato al venticello dei Monti Dauni - sono stato un tenace avversario della filosofia di sviluppo sottesa a opere pubbliche come il Castiglione, il megacentro sportivo che avrebbe dovuto sorreggere lo sviluppo turistico di Faeto.
Non nego tuttavia che l’idea aveva una sua logica, che poteva aver perfino successo se si fossero avverate alcune condizioni (in primis il potenziamento della viabilità e il rifacimento della Via Egnatia che avrebbe consentito un celere collegamento con il capoluogo).
Se queste condizioni non si sono avverate, le responsabilità non possono essere ascritte certamente alle amministrazioni locali o alla Provincia, ma ai governi regionali guidati del centrodestra (Vendola non c'entra niente, ha anzi cercato di correggere gli squilibri)  ed ai governi berlusconiani a trazione leghista che hanno duramente e sistematicamente penalizzato il Mezzogiorno.
Tutto ciò promesso, mi pare un doloroso ed ottuso autogol quello che i Monti Dauni hanno segnato stasera in televisione, nell'orario di picco, quando il Tg1 ha mandato in onda l’ennesimo servizio sul Castiglione, che non è mai stato inaugurato ed è ridotto ad un cumulo di macerie.
Giornalisticamente parlando il servizio di Felicita Pistilli (che potete vedere sotto) è anche corretto ed  intellettualmente onesto (salvo il non trascurabile fatto che non si è mai trattato di un "albergo faraonico" ma di un improbabile complesso polisportivo): la metafora del Castiglione come “maceria di un’occasione perduta” è dolorosamente veritiera. Il punto è che non si possono lasciare nel generico le responsabilità. Del disastro, non si può certo chiederne conto al povero sindaco Antonio Melillo che alla domanda sui costi di un possibile abbattimento obietta giustamente: "non ce la faremmo mai, abbiamo in bilancio solo 10.000 euro per la manutenzione della strade”,
Lo scandalo vero è proprio questo: che Faeto abbia in bilancio così poco per assicurare un minimo di sicurezza ai propri cittadini. L’agognato sviluppo turistico avrebbe dovuto camminare prima di tutto sulle gambe di buoni collegamenti stradali.
P.S.: Dieci minuti dopo il pugno nei denti sferrato ai Monti Dauni, la stessa rete ammiraglia della Rai, poco prima della puntata settimanale di Don Matteo (ambientata in Umbria) ha trasmesso un servizio sponsorizzato, in cui gli stessi attori impegnati nel serial televisivo, facevano pubblicità a quelle terre umbre.
Avete capito come funzionano le cose? Avete capito perché noi meridionali siamo condannati a prenderlo sempre in quel posto?
Guardatevi il servizio. Meditate. Piangete.

Contemporaneo e barocco: il film della mostra di Liberatore al Carmine Vecchio


Tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2016, Foggia ha ospitato un evento culturale piccolo in quanto a dimensione, ma addirittura straordinario per qualità e per portata innovativa. 
Nell’ambito del programma di iniziative Porte Aperte al Carmine Vecchio, promosso dall’omonima Confraternita, è stata ospitata una mostra d’arte di Nicola Liberatore. Tre fatti rilevanti in un colpo solo: il ritorno alla promozione culturale di una confraternita cittadina; una mostra di Liberatore in un luogo sacro, come gli è particolarmente consono; il fatto che per la prima volta a Foggia la  mostra si è svolta in parallelo alle funzioni religiose.
“Dopo tanti anni di attività dedicata alla rettoria ed al quartiere, con questa manifestazione – ha spiegato il Priore pro tempore della confraternita. ing. Luigi Amoroso – intendiamo aprirci all’intera comunità foggiana e lanciare piccoli segnali di bellezza che il quartiere del Carmine drammaticamente cela e che invece potrebbe esprimere, con l’obiettivo di restituire centralità alla Chiesa del Carmine Vecchio, condizione necessaria e indispensabile per il riscatto e per la rinascita sociale, culturale e spirituale del quartiere e dell’intera città”.
Un riuscitissimo esperimento cui Lettere Meridiane ha voluto dedicare un filmato, nel tentativo di raccontare per immagini la mostra, e di rappresentare in qualche modo l’atmosfera di profonda spiritualità che i visitatori respiravano nella splendida chiesa barocca del borgo settecentesco.
La personale era significativamente intitolata intitolata "Contemporaneo e Barocco", una riflessione sul tempo e sulla ricerca di nuova spiritualità nello stile del maestro di San Marco in Lamis, con le sue "donne, madonne, sante e regine".
"Guardare una mostra di Nicola Liberatore - scrive Inserra nel testo che accompagna il filmato - non è soltanto una esperienza dei sensi. È qualcosa che ti prende, e ti avvolge. Un vedere profondo che ad un certo punto è come se diventa specchio, e coinvolge l’anima. Il vedere con lo sguardo dell’anima."
Qui sotto il video. Guardatelo, amatelo, condividetelo.

La Storia della Piccola Formica di nome Arturo ed il Chicco d’Oro

Ricordate Tony Vacca, e la sua deliziosa poesia Foggia, eterna signora di pianura, con cui ha stupito e commosso amici e lettori di Lettere Meridiane? Il giovane intellettuale foggiano che vive a Londra ci regala un'altra perfomance letteraria. Questa volta si tratta di DEMO, 1999 - La Storia della Piccola Formica di nome Arturo ed il Chicco d’Oro, una favola per bambini e non che l'autore suggerisce ed invita a stampare e a leggere ai vostri bambini...
È una bella storia che insegna come la solidarietà sia una risorsa formidabile per realizzare con successo le imprese più ardue. La scrittura è intrigante, la lettura ad alta voce ha la lunghezza giusta per tenere compagnia ai bambini per una sera, prima che vadano a nanna. Se non l'avete mai fatto, è il caso di provare cominciando con questa bella favola, che trovare di seguito. Se volete scaricarla in versione epub (per essere letta su un ebook reader o un pc) cliccate qui. Se invece volete scaricarla in pdf, per poterla stampare più comodamente, cliccate qui.
Se volete rileggere o se non avete ancora letto la poesia dell'amico Vacca, la trovate qui nella versione testuale
A questo link potete invece ascoltarla nella bella versione recitata dall'attore foggiano Gino Caiafa
A nome di tutti gli Amici e Lettori di Lettere Meridiane ringrazio Tony Vacca per il regalo.
* * *

La Storia della Piccola Formica di nome Arturo ed il Chicco d’Oro
di Tony Vacca

I

C’era una volta in una foresta fitta fitta una Piccola Formica piangente di nome Arturo. Piangeva così tanto che alla fine formò un Lago di Lacrime. Qualche giorno prima era stata bandita dal formicaio e designata dal Consiglio dei Saggi a recuperare il Chicco d’Oro, sottratto con un incantesimo alla corona della Regina dal Vecchio Mago della Foresta per adornare l’Eterno Orologio dei Tempi.
Senza di esso La Regina non sarebbe stata più in grado di produrre uova e, quindi, nuove formiche per difendere il formicaio, caduto di conseguenza in disgrazia.

mercoledì 24 febbraio 2016

Rignano Garganico, vittima del ghetto...

Si fa presto a dire ghetto, e a buttare fango su una comunità civile, tanto più se questa poi non c'entra neanche un poco, geograficamente, territoriale, amministrativamente, socialmente, culturalmente, con quella bruttura. Eppure, sono ormai da anni, che al villaggio in cui vivono centinaia di immigrati, e che sorge a molti chilometri di distanza, giù nel Tavoliere, viene impropriamente ed indebitamente associato il nome della tranquilla e ridente cittadina di Rignano Garganico.
Uno dei paesi più incantevoli, tranquilli e solidali del promontorio. Ma non è purtroppo la prima volta che Rignano deve - come dire - puntare i piedi per vedere riconosciuta la propria identità. Immortalata dal fotografo di  LifeAlfred Eisenstaedt,  in una splendida serie di scatti recuperati e riscoperti da Lettere Meridiane, la location delle immagini scattate tra il Tavoliere e il Gargano era stata erroneamente attribuita alla cittadina toscana di Rignano sull'Arno.
L'erronea dizione di Ghetto di Rignano (al limite dovrebbe dirsi di Ghetto di Rignano Scalo, ma sarebbe fuorviante lo stesso) è un grave episodio di sciatteria giornalistica, una evidente violazione di una delle regole imposte dalla ferrea disciplina delle cinque "w". 
Who: chi? What: che cosa? When: quando? Where: dove? Why: perchè? il lavoro del giornalista dovrebbe consistere sempre e prima di tutto nel dare una risposta vera a questi semplici interrogativi. In riferimento al where? dove?, nel caso di Rignano e del ghetto, la risposta non è stata né corretta, né veritiera.

La verità da ribadire è che tra quel ghetto e Rignano Garganico non c'è nulla da spartire. I rignanesi non ne possono davvero più per l'indebito accostamento della loro cittadina con la denominazione ed ubicazione del noto ghetto degli immigrati. Quel posto con Rignano non c'entra niente, né per competenza e neanche per giurisdizione territoriale. Si è trattato fin dall'inizio di un'attribuzione erronea che non ha evidentemente contribuito all'immagine del paese. Ed ha ragione, la comunità civile di Rignano Garganico ad essere di nuovo in subbuglio, dopo il brutto episodio di cronaca - il grave incendio - che ha nuovamente portata alla ribalta nazionale il posto ed il suo nome (improprio).

Le figurine Panini? Si stampavano a Foggia

Una tra le figurine più ricercate: il bomber
rossonero Nocera, campionato 65-66
di Maurizio De Tullio
Se dici oggi “Panini” a un ragazzino, quasi certamente la sua risposta non potrà che essere  “McDonalds”. Ma se lo avessi detto a un adolescente del 1970, avrebbe certamente risposto “figurine”!
Già, perché per almeno un quarantennio la favola inventata a Modena nel 1961 dai fratelli Benito e Giuseppe Panini è di quelle che ha stregato milioni di ragazzi e varie generazioni di italiani.
Altri tempi, certo, come quando la merenda era a base di pane, burro e zucchero o quando in cambio della promozione a scuola sognavamo la mitica ‘Graziella’ o quando, ancora, la musica si spargeva nell’aria uscendo da uno strano dispositivo chiamato “mangiadischi”.
Per noi ragazzini raccogliere i calciatori delle figurine Panini era quasi un obbligo morale. Non farlo equivaleva finire quasi stigmatizzati. Epiche le giornate alla ricerca spasmodica di quel maledetto Boranga che non ne voleva sapere di uscire. Maledetto portiere! E al suo pari un altro portiere introvabile: il milanista William Vecchi, che non era neppure titolare, sovrastato dalla grandezza del ‘matto’ Cudicini.
E poi quei nomi curiosi che prendevamo in prestito quando si voleva banalizzare qualcuno: “Sei proprio un Tumburus!”. E se facevi autogol era la fine: “Ecco, ci mancava Comunardo Nicolai!”. Ma se eri brillante come Rivera o Mazzola, giocoliere come Pelè o Altafini, goleador come Giggiriva o Nocera non avevi soprannomi: eri quello che eri.
E i nostri eroi, sull’asfalto fresco di via Luigi Sturzo, si chiamavano Pino Rispoli e Franco Montaruli, autentiche macchine da gol ma, soprattutto, capaci di tenere il pallone eternamente attaccato al piede, di fintare a ripetizione prima di esplodere il tiro vincente. Ragazzi destinati a un avvenire da serie A se non avessero scelto di fare altro nella vita. Virtuosi della sfera che un giorno o l’altro pensavamo sarebbero finiti loro su quei magici rettangolini colorati chiamati figurine.
Eppure… Eppure qualcosa lega effettivamente la nostra Foggia a quel mondo, di facce multicolori che ci facevano sognare e arrabbiare, arricchire (di soddisfazioni) e acculturare. Come no, anche acculturare. Oggi Piero Orsi è un pacato bidello del Liceo “Lanza”, ma a quei tempi (metà anni ’60 e fino ai ’70) era l’enciclopedico del quartiere, oltre che “il Presidente” ad honorem di una squadra che c’era solo nelle nostre teste e nelle partitelle per strada ma che ci illudevamo essere qualcosa di maledettamente serio.
E il legame della Panini con Foggia, dov’è? Ci arrivo subito.

L'Incoronata, il santuario più antico del mondo legato ad un'apparizione

Con il titolo Incoronata di Foggia: Il primo millennio di storia del santuario, L’Osservatore Romano dell'8 aprile 2001, ha pubblicato in quarta pagina un approfondito articolo di Flavio Peloso su quello che, come si apprende nell'articolo, è il più antico santuario mariano della cristianità legato all'apparizione della Vergine.
Quello di don Flavio Peloso è un nome d'eccezione nel panorama della spiritualità orionina, di cui è un tenace promotore e divulgatore.
È stato il postulatore della causa di canonizzazione che ha portato don Luigi Orione agli onori degli altari, ed il settimo successore dello stesso don Orione alla guida dell'ordine sacerdotale fondato dal Santo di Pontecurone.
Don Flavio Peloso scrisse l'articolo qualche anno prima della sua elezione (2004) a  superiore generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza, carica in cui è stato rieletto nel 2010. Dal 2007 è membro del Pontificio Consiglio Cor Unum.
Buon conoscitore di problemi sociali, teologici e pastorali, si è sempre dedicato allo studio e alla divulgazione soprattutto di temi ecclesiali e della spiritualità orionina. È giornalista e direttore della rivista di studi Messaggi di Don Orione e di Don Orione oggi.
L'articolo comparso su L'Osservatore Romano costituisce una delle narrazioni più efficaci della grande storia e della grande spiritualità del Santuario che sorge in mezzo al bosco omonimo.
La foto che illustra il testo è tratta da uno dei più antichi "santini" della Madonna venerata all'Incoronata, e risale al 1937.
* * *
Lo sguardo del viaggiatore che percorre la strada litoranea adriatica, subito dopo avere superato il centro urbano di Foggia, è attratto alla sua destra da un alto campanile che svetta solenne tra gli alti alberi di una macchia boschiva. E’ la vedetta che segnala da lontano la presenza del grande complesso architettonico del Santuario dell'Incoronata. Merita di essere conosciuto e visitato questo luogo di culto che celebra quest’anno, a fine aprile, il suo primo millennio di storia. Non risulta esserci santuario legato a testimonianza storica di una apparizione della Madonna più antica di questa.

martedì 23 febbraio 2016

Su Manganofoggia.it si possono sfogliare le Cento Città d'Italia

Un prezioso regalo ai foggiani e ai dauni amanti della loro storia e della loro identità viene messo a disposizione da Alberto Mangano, cultore di storia locale, sul suo sito Manganofoggia.it. Si tratta delle due edizioni del periodico Cento Città d'Italia, pubblicate tra fine dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento, riguardanti Foggia e le sua provincia.
Come ricorda nel post che illustra l'iniziativa Alberto Mangano, "le Cento Città di Italia Illustrate erano dei fascicoli, notissimi , belle copertine figurate, di 20 pagine che uscivano settimanalmente . Ogni fascicolo, con dalle 20 alle 40 illustrazioni , descriveva una città o una regione."
Nella pagina offerta sul suo sito da Alberto Mangano è possibile - scrive l'autore - "sfogliare le due edizioni riguardanti la nostra provincia: la prima del 1894 messa a disposizione dell’amico Pino Del Grosso, e la seconda, numero 87, acquistata su una bancarella di vecchie pubblicazioni."
Una lettura veramente interessante, ed un autentico viaggio nel passato, alla scoperta di tanti angoli della città e della provincia che non ci sono più.
Per leggere il post e sfogliare le due pubblicazioni accedere a questa pagina: http://manganofoggia.it/due-pubblicazioni-di-cento-citta/

Lo Spi-Cgil va in periferia: nuova sede al Quartiere Cep

In una periferia urbana che diventa sempre più emarginata, fa sicuramente notizia l'apertura di un nuovo presidio di aggregazione e di partecipazione.
Soprattutto se il presidio in questione è quello di un sindacato, a sua volte alle prese con un momento delicato. In controtendenza, ma proprio per questo storica, l'iniziativa dello Spi-Cgil Foggia, l'organizzazione di categoria dei pensionati della Cgil, che ha inaugurato una propria sede decentrata nel CEP, popoloso quartiere della periferia foggiana, in piazza Giovanni XXIII al n.7.
“Sarà un presidio democratico, perché oltre a fornire servizi sarà utile per dare voce ai cittadini sul loro diritto a vedere migliorato il rione, con strutture che facilitino l’aggregazione e una migliore qualità della vita”, ha dichiarato Franco Persiano, segretario provinciale Spi-Cgil Foggia.
Tra gli aspetti più interessanti della iniziativa c'è il fatto che lo sportello offrirà anche serivi alla cittadinanza, di natura previdenziale e fiscale. “Molti anziani”, ha spiegato Carlo D’Andrea, segretario della Lega Spi Foggia, “hanno difficoltà a raggiungere il centro del capoluogo. In questa sede, potranno fruire dei servizi svolti dal patronato Inca e dal Caaf, per la tutela previdenziale e fiscale, senza dover affrontare il disagio di doversi spostare”.

Il filo nascosto che lega Sabrina Ferilli a Foggia

Luciano Emmer e Sabrina Ferilli
C’è un filo sottile (e rimasto nascosto, almeno fino a qualche giorno fa) che lega  Sabrina Ferilli a Foggia. Vi confesso che, pur avendone avuto parte in qualche modo, ed essendone stato testimone, l’avevo rimosso anche io.
Me ne sono ricordato qualche giorno fa, quando l’attrice protagonista del film di Sorrentino vincitore dell'Oscar, La grande bellezza, avrebbe dovuto partecipare all’evento Teatro e Parole organizzato dalla compagnia Le Maschere nella bella cornice de La Botte Bistrot.
Impegni non rinviabili (ha dovuto incontrare per ragioni di lavoro alcune persone venute apposta a Foggia per vederla) hanno impedito alla brava Sabrina di partecipare alla riuscita serata che Vito Di Leo e Gina Morelli mi avevano invitato ad animare. 
Ho così affidato a Maurizio Micheli (protagonista dell'evento che ho già raccontato in questa lettera meridiana, e che con la consueta bonomia non si è tirato indietro, il compito di fare da tramite.
Sabrina non conosceva ancora lo strano legame che in qualche modo la unisce a Foggia, e che vengo finalmente a rivelarvi.: è stata protagonista (molto brava, per giunta) dell’ultimo film di Luciano Emmer, grande autore del cinema italiano molto legato a Foggia, che nel titolo di quel film ha inteso dichiarare  il suo amore per la nostra città.
La pellicola è intitolata L'acqua... il fuoco e i due elementi rappresentano una chiara allusione ai simboli (tre fiammelle sull’acqua) che campeggiano sullo stemma della città.

lunedì 22 febbraio 2016

Ecco com'era la Casa del Contadino

Grazie a Tommaso Palermo, si arricchisce di un ulteriore e significativo tassello il mosaico della ricostruzione, purtroppo solo virtuale, della Casa del Contadino (attualmente Camera del Lavoro della Cgil) pesantemente danneggiata dai bombardamenti della estate del 1943.
Studioso attento ed approfondito di questa tragica pagina della storia foggiana, Palermo mi ha inviato una fotografia aerea che consente di definire con molta precisione quanto pesanti furono i danni provocati dalle bombe alleate.
La foto è stata scattata proprio nel corso delle incursioni aeree, probabilmente qualche istante prima che il palazzo venisse colpito. Vi si vede (l’ho evidenziato in rosso) distintamente, al centro della foto, l’edificio. In praticamente, le bombe lo distrussero per oltre la metà.
La foto è particolarmente suggestiva perché consente anche di farsi un’idea di come fosse la zona del Piano della Croce (o Piano delle Fosse) prima degli interventi di urbanizzazione che cominciarono proprio con la costruzione della Casa del Contadino. [Altre fotografie nel seguito dell'articolo].

È vero: Joe Louis combatté a Foggia. Ecco la foto, e i documenti.

di Maurizio De Tullio
Joe Louis è stato il boxeur con il palmarès più consistente nella storia del pugilato: dodici anni con venticinque difese consecutive del titolo mondiale dei pesi massimi, tutte senza sconfitte! Un campione che, con i suoi pugni, ha contribuito all’emancipazione dei neri d’America forse più di decenni di lotte per i diritti civili.
Della “tournée” foggiana di Louis – in quanto militare, al pari degli altri commilitoni statunitensi – all’epoca della presenza delle truppe angloamericane in Capitanata, ci sono state finora solo tracce scritte. Articoli, per la verità, rintracciabili più sulla stampa odierna che in quella dell’epoca.
Geppe Inserra, che fu grande amico di Vincenzo Affatato, pugile dilettante proprio di quegli anni e in seguito tra i fondatori della Società pugilistica “Taralli” e, per anni, ‘colonna’ del C.O.N.I. foggiano, si fece raccontare, poco per volta, momenti importanti della storia del pugilato foggiano.
Poche le altre notizie certe sulla presenza, sul ring, di Louis in provincia di Foggia. In questo senso si ricorda solo “Gazzetta dello Sport” che pubblicò un documentato articolo sull’esibizione del campione, anche se a San Severo.
Che, dunque, non si sia trattato di una leggenda metropolitana è certo. Ma nessuna foto era finora emersa. Di quegli anni, infatti, vi sono tracce presenti solo in qualche diario dei militari americani dell’epoca.
La felice scoperta che ho fatto nei giorni scorsi, invece, mi consente di dichiarare – sempre che non sia dimostrato il contrario – che quella rintracciata è la prima foto ufficiale nella quale Joe Louis è presente in un ring foggiano, sia pure scalcagnato, allestito a beneficio dei militari americani di stanza a quel tempo all’Amendola.
Si tratta di varie foto scattate in quei mesi del 1944 dal capitano Jerry Hofmann, pilota del 429a Bomb Squadron, di stanza alla base aeroportuale situata sulla Foggia-Manfredonia.
I due pugili, dei quali Joe Louis è quello di sinistra, combattono in una insolita location. A me sembra trattarsi di un tratto di campagna situato dalle parti di quella che oggi chiamiamo “salita di Santa Lucia”. Dal tipo di abbigliamento con cui i militari sono vestiti, potrebbe trattarsi di un mese estivo, considerato che Joe Louis sarebbe stato ‘intercettato’ nella nostra provincia tra giugno e agosto di quell’anno. Infatti, da una successiva ricerca ho potuto appurare che il match si tenne il 19 luglio 1944.
Ovviamente si trattava di esibizioni dimostrative giacché l’intera attività agonistica fu sospesa, a livello mondiale, dal 1942 al 1946. La stessa partecipazione di Louis, specie nei primi anni del conflitto bellico, aveva scopi prevalentemente ‘psicologici. Il grande campione nero, infatti, svolgeva compiti motivazionali essendo impiegato essenzialmente come testimonial nelle campagne di reclutamento.
Il suo volto – come ricorda Matteo Biancareddu, in un bellissimo ritratto dedicato a Louis – campeggiava nei poster come quello dello zio Sam, con sovrimpressa una frase che il pugile disse durante una cena tenuta al Relief Fund. La frase, che ebbe ampio risalto sui giornali, diceva così: Vinceremo, perché Dio è dalla nostra parte”.

La Storia, senza scomodare Dio, ha stabilito chi vinse quella ignobile guerra, voluta anche dall’Italia e, soprattutto, da Mussolini.
Maurizio De Tullio

domenica 21 febbraio 2016

Pazza Roma amala

In serie A, dopo l’Inter, ho sempre amato la Roma. Un po’ per quell’inno stupendo composto da Antonello Venditti, un po’ perché trovo che la Magica abbia alcuni tratti - di poesia, di follia - che ricordano molto la mia Inter. E poi, per quella Champions che sembrava già vinta col Liverpool, per mister Zeman...
Tra i tratti di genio e sregolatezza che mi hanno fatto amare la Roma, c'è Francesco Totti. Uno che ha punito l’Inter tante volte, ma che come fai a non amare, ricordando che coi piedi ha composto poesie come quelle dei più grandi poeti (no, le geometrie non c’entrano, quelle sono cosa da mediani…).
Proprio stamattina, prima di apprendere della cacciata di Totti dal ritiro giallorosso ad opera di Spalletti. mi chiedevo perché noi (intendo noi dell’Inter, ovviamente) abbiamo nel cuore, nella storia, nella memoria e nel dna persone e campioni come Giacinto Facchetti e Javier Zanetti, e loro (intendo quelli della J**entus,  ovviamente), non sono riusciti a far restare nel cuore e nella memoria del club (in quelli dei tifosi bianconeri voglio invece sperare che ci restino...) belle persone e grandi campioni come Gaetano Scirea e Alessandro Del Piero. Per non parlare dei cugini dell'altra sponda milanese, che hanno bruciato simboli del calibro di Gianni Rivera e Paolo Maldini...
Un campione diventa una bandiera grazie ad alchimie complesse, che chiamano in causa lo stile, la storia, l'identità profonda. Ci vogliono società di calcio, e non aziende.

Dopo questo strappo la Roma potrebbe perdere la sua bandiera. Non me ne meraviglierei, ma mi dispiacerebbe assai. 
Sarebbe l’ennesimo dazio da pagare a questo calcio triste, dove le persone contano sempre meno e vincono sempre più i ragionieri.
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