giovedì 31 marzo 2016

Quelle tristi Chiese chiuse, la sera di giovedì santo...

Giovedì Santo 2016. Foto di Bruno Caravella
Ma perché il giovedì santo non vengono riaperte le chiese non parrocchiali, in modo che possa tornare ad essere praticata in tutta la sua potenzialità la tradizione popolare dei cosiddetti Sepolcri?
Anche lo scorso giovedì santo, ad essere addobbati erano soltanto gli altari delle reposizione ubicati nelle chiese parrocchiali, secondo una decisione adottata dalla Curia sei anni fa, nella Settimana Santa del 2010.
Nella occasione, venne anche fornita una spiegazione teologica: i sepolcri custodiscono le ostie consacrate che vengono distribuite ai fedeli il venerdì santo, che è la sola giornata dell’anno in cui non c’è la messa, operazione che viene effettuata solo nelle chiese parrocchiali e non nelle rettorie.
Una motivazione ineccepibile dal punto di vista teologico, ma che mortifica pesantemente la religiosità popolare, per la quale il giovedì santo era l’occasione per visitare chiese che normalmente durante l’anno restano chiuse, e comunque non si trovano mai aperte contemporaneamente, come succedeva appunto durante la Settimana Santa di una volta.
Va detto che le gerarchie ecclesiastiche soprattutto negli ultimi anni hanno scoraggiato questa particolare pratica popolare, chiarendo che è improprio definirli sepolcri: l’altare in cui vengono deposte le ostie (detto per questo altare della reposizione) non va confuso con la tomba di Cristo: si adora l’Eucaristia, cioè Dio che vive.
Particolarmente praticato e sentito, dai fedeli foggiani era il giro nei sepolcri allestiti nelle chiese del centro storico e di Borgo Croci, come la stessa chiesa delle Croci, Sant’Eligio, Sant’Anna, San Giuseppe e Santa Maria delle Grazie in via Manzoni, il Carmine e San Pasquale nel quartiere settecentesco, e naturalmente la Cattedrale e San Tommaso.
Dal 2010, purtroppo non è più possibile questo itinerario. Vi furono molte polemiche, allora, ma col passare degli anni i fedeli ci hanno fatto l’abitudine.
Qualche anno fa, nella breve  felice stagione in cui la diocesi è stato guidata da mons. Domenico D’Ambrosio (attualmente Arcivescovo di Lecce) la Curia varò un programma quinquennale che prevedeva, tra l’altro, iniziative di tutela e valorizzazione della religiosità popolare.

Non è in questa direzione che sembra andare la decisione di chiudere le chiese il giovedì santo…. 

Stasera su Cielo (ore 23) il film "maledetto" di Fernando Di Leo


Per gli appassionati di cinema, c’è stasera l’imperdibile opportunità di vedere uno dei film più controversi ma anche più apprezzati dalla critica del regista foggiano Fernando Di Leo, Avere vent’anni, in onda alle 23.00 in chiaro su Cielo.
La pellicola che uscì nella sale nel 1978, si iscrive nel filone erotico della filmografia dell’autore nato a San Ferdinando di Puglia. È forse anche il film più “foggiano” girato da Di Leo. La colonna sonora è del suo amico Silvano Spadaccino (musicista e cantautore foggiano, che andrebbe riscoperto e onorato) che nel film è impegnato anche come attore: interpreta la parte del chitarrista (lo vediamo nelle foto, con le due protagoniste). La casa di produzione  è invece la International Daunia Film che, secondo un’usanza molto diffusa nel cinema di quegli anni, venne fondata per l’occasione, ed ha al suo attivo soltanto questo film.
Come si legge su Wikipedia, "è probabilmente il film più censurato e controverso tra quelli diretti da Di Leo.  Interpretato da Gloria Guida e Lilli Carati, due attrici allora molto in voga nella commedia sexy, anticipò nei contenuti e nella storia Thelma & Louise, diretto da Ridley Scott nel 1991. Il titolo trae ispirazione da una frase di Paul Nizan, tratta dal libro Aden Arabia, ripresa nei titoli di testa del film: «Avevo vent'anni... Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita»."
Solido il cast, che vede tra i protagonisti anche Vittorio Caprioli, Ray Lovelock e Leopoldo Mastelloni.
Avere vent’anni racconta la storia di Tina e Lia, due giovane donne che dopo essersi conosciute in spiaggia si imbattono in Michele Palumbo, detto Il Nazariota, e vengono convinte a unirsi alla comune che l’uomo gestisce a Roma. De Leo racconta uno stile di vita certamente fuori dal comune ma in linea con le tendenze di quegli anni. 
Per mantenersi le due ragazze, che si distinguono per una vita sessuale particolarmente intensa, vendono enciclopedie fino a quando non vengono rimandate ai loro paesi dalla Polizia, che nel corso di una perquisizione rinviene della droga nella comune. Sulla strada del ritorno a casa il violentissimo finale, che vede Tina e Lia prima violentate a poi massacrate senza pietà da un gruppo di uomini senza scrupoli.
Il film ebbe molti problemi con la censura, costringendo l'autore a ritirarlo dalle sale quasi subito.  Di Leo lo rimontò eliminando le scene di violenza, e con un lieto fine che non incontrò il favore del pubblico, quando alla pellicola tornò in distribuzione.
Quella messa in onda stasera su Cielo è la versione originale.

Standing ovation foggiana al poeta Magrelli e alla pianista Vacatello

di Luigi Paglia
Quella di domenica 13 marzo è stata per Foggia una straordinaria giornata di poesia e musica che ha avuto come protagonisti  la pianista,  pluripremiata e molto apprezzata dalla critica, Mariangela Vacatello e Valerio Magrelli, uno dei più originali e maggiori poeti contemporanei, la cui venuta a Foggia è  paragonabile –pur nella differenza dei tempi e degli itinerari poetici - alla visita nella nostra città di Mario Luzi il 30 aprile 1998, 
La carrellata poetico-musicale è iniziata  alle  ore 11.30 nello spazio live della libreria Ubik in cui, presentato dal prof. Michele Trecca, Magrelli  ha tenuto una conversazione sull’universo della letteratura, parlando delle sue esperienze di vita e di docenza di letteratura francese nelle università di Pisa e Cassino, prospettando il panorama delle sue letture e predilezioni sia nel campo della narrativa (da Balzac a Sterne, da Dickens a Nabokov)  che in quello della poesia (Montale, Betocchi, Luzi, Rebora). Il poeta si è poi soffermato sul suo lungo itinerario di “poligrafo”, come egli si è voluto definire, sulle vicende delle sue numerose pubblicazioni che svariano dalla saggistica e dalla critica (Profilo del dada, Nero sonetto solubile) alle traduzioni (Valery, Mallarmé, Moliere) dalla prosa (Geologia di un padre, Nel condominio di carne) alla poesia, parlando soprattutto del suo ultimo libro, pubblicato da Einaudi nel 2014: Il sangue amaro di cui ha letto e commentato due poesie: Babbo Natale gnostico e Welcome, nelle quali il poeta identifica il Cristo nelle vittime dei pirati della strada e nei reietti e i clandestini, e smaschera l’ipocrisia borghese che si dedica ai rituali di una falsa religiosità natalizia e dimentica la tragedia dei poveri del mondo.

Foggia, tre fiammelle sull'acqua

Acuto osservatore della città, Lorenzo Brescia (alias Viere Ferro sul social) ci ha messo un nonnulla a scoprire e localizzare lo stemma di Foggia che avevo pubblicato qualche giorno fa: adorna il palazzo di viale Manfredi che si affaccia sul piazzale della Stazione ferroviaria, come dimostra la mappa google postata dallo stesso Brescia.
Una curiosità: le tre fiammelle sono raffigurate più volte, ed assieme allo stemma sabaudo, come si vede nella foto di sopra, che illustra il post.
Il progettista del palazzo dimostrò una positiva attenzione verso la città, raffigurandone i simboli in modo così evidente.
Ma quanto antico è lo stemma di Foggia? La risposta nel bell'articolo che segue, a firma di Michele Paglia, che lo pubblicò qualche anno fa su Reciproca, la rete civica provinciale. 
Lo scritto di Paglia conferma il legame indissolubile tra lo stemma civico e la tradizione religiosa: le tre fiammelle sull'acqua simboleggiano, infatti, in rinvenimento dell'Icona Vetere, patrona della città.
* * *

La più antica rappresentazione sino ad ora conosciuta dello stemma civico di Foggia è quella visibile in una veduta della città, di autore ignoto, disegnata con inchiostro nero, conservata nella Biblioteca Angelica di Roma, che risale al penultimo decennio del XVI secolo. Questo disegno, eseguito per iniziativa dell'agostiniano padre Angelo Rocca, fondatore della Biblioteca Angelica, avrebbe dovuto far parte di un atlante di città negli anni '80 del Cinquecento.

Lo stemma (fig. 1) mostra alcune fiamme "aperte", accostate tra loro quasi a formare un unico fronte di fuoco, che guizzano da una superficie d'acqua leggermente mossa. Nella legenda che accompagna la veduta della città si legge ai numeri 19 e 20: "il campo di sotto dell'arma è acqua", "il campo di sopra fiamme di fuogo".
Nel XVII secolo lo stemma assume l'aspetto attuale con tre fiamme nettamente separate tra loro.

Nel XVIII secolo l'Università (Comune) di Foggia fa uso di sigilli in cui, ai lati dello stemma, sono presenti come "tenenti" i santi Guglielmo e Pellegrino (fig. 2).

mercoledì 30 marzo 2016

L'antica Siponto torna alla luce a Roma

L'antica Siponto secondo Antoniazzo,
sullo sfondo, Monte Sant'Angelo
Siponto, Manfredonia, Monte Sant'Angelo e il Gargano sono sempre più i protagonisti eccellenti della primavera culturale 2016.
Dopo l'exploit di visitatori fatto registrare dalla originalissima ricostruzione artistica dell’antica basilica sipontina, ottenuta da Edoardo Tresoldi attraverso un sapiente gioco di reti metalliche e luci, la Montagna Sacra ed i suoi miti si sono messi in mostra, a sorpresa, anche a Roma, grazie alla riapertura al pubblico della Cappella Bessarione, “uno dei luoghi più importanti per la storia della pittura del ‘400 a Roma - come si legge nei siti web specializzati - con affreschi eseguiti da Antoniazzo Romano e Melozzo da Forlì.” 
Il bello è che uno di questi affreschi, di straordinaria fattura ed espressività, rappresenta il Miracolo del toro sul Monte Gargano, con suggestive immagini di Siponto e di Monte Sant’Angelo.
La coincidenza “curiosa e illuminante” dei due eventi, è stata sottolineata da Bianca Tragni, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, in un articolo intitolato “La resurrezione di Siponto nella Capitale”: “Siponto, l’antica città scomparsa, riappare contemporaneamente in Puglia e nella Capitale in due modi diversi”.
La cappella funeraria fatta edificare a Roma da Bessarione, bizantino, illustre umanista, cardinale dal 1439 al 1449, ha una storia singolare. È rimasta per secoli nascosta e segreta. Venne infatti praticamente incorporata nella basilica romana dei SS.Apostoli e occultata dal monumentale altare di Sant’Antonio.

Menicuccio, l'ultimo eremita del Gargano

La tradizione orale del Gargano è ricca di storie in cui elementi religiosi si intrecciano e si confronto con credenze e superstizioni. Per l'archivio delle storie, eccovi - per gentile concessione dell'autore - un altro bel racconto tratto dal volume di Angelo Del Vecchio: Lupi Mannari, Streghe e Fantasmi del Gargano, pref. di J. Tusiani e V. Stagnani, Araiani, 2008, pagg. 36 – 38. Racconta la storia di Menicuccio, ultimo eremita della cappella della Madonna di Cristo, antico e venerato tempio ai piedi della collina su cui sorge Rignano Garganico. 
Il racconto è illustrato da uno stupendo olio si tela dell'indimenticabile artista garganico Filippo Pirro, pittore e poeta, che raffigura la Chiesa della Madonna Cristo proprio con quegli elementi di tradizione e misticismo di cui dicevo prima. Buona lettura.
* * *
“Ho visto Menicuccio! Ho visto Menicuccio!”, diceva fra sé l’ignaro Giuseppe, esperto potatore del luogo, fortemente scosso dalla visione a cui aveva poc’anzi assistito.
Accadde  tutto in una mattina di primavera. L’uomo visse una esperienza decisamente fuori dal comune. Vide un qualcosa che lo fece scendere repentinamente dall’albero d’ulivo, che da ore stava sfoltendo con maestria fuori dal comune, e scappare a gambe levate verso mete indefinite, sperando di ottenere conforto da qualcuno. In giro non c’era anima viva. Si udiva in lontananza solo lo stormire degli ulivi, il cinguettio dei passeri e le restanti voci della natura, selvatica ed incolta. Qui e là spuntavano di tanto in tanto tronchi contorti di ulivi secolari, le cui ombre, disegnando sul terreno strane e misteriose figure, spingevano l’uomo in fuga ad accelerare il passo.

martedì 29 marzo 2016

Pasquetta: tra arte e cultura, l'exploit di Troia


Troia fa il botto, a Pasquetta, a conferma di un trend di crescita del turismo culturale e religioso che ha come meta la cittadina del rosone. Ci sono stato, ieri pomeriggio, essenzialmente per ammirare la mostra di Antonio Farina sul Crocifisso di Pietro Frasa esposto nella Cattedrale di Troia, gemello a quello che si trova nella Cattedrale di Foggia, dove Frasa morì, proprio ai piedi del suo Crocifisso..
Le fotografie di Farina sono straordinarie, per l’intensità che promanano: con i suoi scatti, Antonio è riuscito a mostrare - e starei per dire, a svelare - in ogni dettaglio e come mai eta successo prima, questa opera d’arte unica e di enorme suggestione, offrendo ai visitatori la possibilità di ammirare particolari che è difficile cogliere normalmente, ma anche prospettive, e visioni che solo uno sguardo sensibile ed attento come il suo poteva rappresentare con tanta efficacia e potenza.
Una mostra che commuove e travolge, grazie anche alla efficacia dei testi che accompagnano le immagini. Gli uni e le altre chiariscono che il realismo quasi caravaggesco con cui Frasa dipingeva e rifiniva i Crocifissi (che gli procurò seri grattacapi con l’inquisizione, scongiurati dall’energica presa di posizione in sua difesa del vescovo del tempo, Emilio Giacomo Cavalieri) non era una scelta meramente estetica, ma rispondeva ad una logica teologica di assoluta coerenza e rigore.
Il Cristo agonizzante di Troia viene colto da Farina in tutta la sua drammaticità, ma anche in tutta la sua pregnanza salvifica: i diversi scatti non sono, come dire, anatomici, ma catturano la potenza espressiva del Crocifisso e danno conto della peculiarità che lo rende unico: lo sguardo cangiante, a seconda del punto di vista di chi lo osserva.

Lucera città delle memorie

Il Poliorama Pittoresco è stato un periodico importante nel panorama editoriale meridionale dell’Ottocento. Romualdo Gianoli, che lo ha studiato in relazione ai suoi contenuti scientifici, lo giudica “un sorprendente esempio di divulgazione scientifica ante litteram (per l’incredibile modernità dell’approccio e della realizzazione) oltre che una vera miniera di informazioni e dati storici”.
Altro che Borbone retrogradi. Sentite un po’ che dice Gianoli: “Confrontando questo periodico con altre pubblicazioni analoghe di quel periodo quali il britannico Penny Magazine (1832-1845) o lo statunitense Scientific American (1845-oggi), si è avuta un’ulteriore conferma di quanto il Regno delle Due Sicilie fosse assolutamente al passo con i tempi e pienamente partecipe del processo di evoluzione della comunicazione verso quelle forme che già prefiguravano la moderna divulgazione
scientifica.”
Con il significativo sottotitolo di “opera periodica diretta a spandere in tutte le classi della società utili conoscenze di ogni genere e a rendere gradevoli e proficue le letture in famiglia”, il Poliorama Pittoresco veniva stampato a Napoli dagli editori Pergola e Cirelli, e pubblicava storie, saggi, poesie e poemi accompagnati da splendide illustrazioni litografiche.

Dove si trova?

 Una città che ostenta il suo stemma denota fierezza, orgoglio. A Foggia, non mi pare che le tre fiammelle siano particolarmente diffuse sui palazzi pubblici e privati.
Ma perché non cerchiamo di scoprirlo insieme?
Lettere Meridiane propone ai suoi lettori una iniziativa social: scoprite e fotografate i simboli della città. 
Potete quindi inviare le foto alla pagina Facebook di Lettere Meridiane, o postarle nel gruppo Amici e Lettori di Lettere Meridiane oppure semplicemente allegarle come commento sotto a questo post. (A proposito se non siete ancora iscritti alla pagina o al gruppo, fatelo!)

La raccomandazione è di osservare bene, perché talvolta lo stemma può trovarsi in una posizione di non immediata percezione.

Come nella immagine che illustra questo post. che mi piace utilizzare per mettere alla prova la vostra capacità di osservazione. Dov’è stata scattata? Per aiutarvi, sotto, la stessa immagine, più ampia.

lunedì 28 marzo 2016

Per salvare Devia e Kalena: resistere, resistere, resistere

Rocco Frascaria e Nazario Bizzarri sono due tra i molti amici di Sannicandro Garganico con cui negli ultimi decenni ho avuto modo di condividere iniziative e momenti culturali nella loro città.
Di Rocco ricordo in modo particolare il grande impegno che profuse per la tappa sannicandrese del viaggio in provincia di Foggia del grande regista Luciano Emmer, per il suo docu-film Foggia non dirle mai addio, che là girò spettacolari riprese nelle imprese artigiane che lavorano i fiori secchi, un'eccellenza del territorio, tra le tante.
Di Nazario Bizzarri ricordo invece l’intelligente ed attenta partecipazione a tante serate, e gli splendidi disegni con cui ha illustrato e impreziosito un libro che amo molto… Paraul, le fiabe garganiche di Giuseppe De Cato che Lettere Meridiane sta pubblicando a puntate, nell’ambito dell’Archivio delle storie. (Per illustrare questo post, "rubo" dalla sua bacheca fb, sicuro che non se ne avrà a male, un suo splendido acquerello dedicato a Santa Maria di Devia).
Dopo l’intervento accorato di Giuseppe De Cato, non potevano mancare le voci di Rocco e di Nazario, nella riflessione collettiva che il blog sta cercando di avviare sul destino degli affreschi di Santa Maria di Devia e del vicino parco archeologico (i primi a rischio per l'accumularsi di salnitro, il secondo quasi distrutto dai vandali.)
Mi scrive Rocco Frascaria, sulla bacheca dei commenti del blog di Lettere Meridiane
Caro Geppe, è sempre un piacere leggere le tue analisi lucide e profonde sul nostro territorio di Capitanata, sulle cause e sui rimedi da porre in essere per garantire sviluppo e benessere alle sue genti. Hai ragione: San Nicandro Garganico ha tutte le potenzialità e tutte le risorse per emergere e dare un futuro migliore ai suoi cittadini, specialmente quelli più giovani. Del resto lo avevi già affermato in passato nelle diecine di iniziative che abbiamo tenuto insieme, in un momento storico fra i più belli ed esaltanti per la nostra Provincia, guidata da quella straordinaria personalità che era il Presidente, mai compianto abbastanza, Antonio Pellegrino. La tua denuncia sul sito di Devia ha avuto ( e avrà) il merito di accendere i riflettori su uno dei tanti preziosi scrigni di cui è ricca la nostra terra e mi auguro davvero che si possano trovare da subito le idee e le risorse per un suo rilancio. Vedi caro Geppe, questa città ha avuto nel passato personalità politiche di grande valore, che tu del resto conosci bene, il nostro grande limite (forse un po di tutto il Mezzogiorno)e stato però quello di non essere mai riusciti a fare squadra attorno ad un sano municipalismo, che significa fondamentalmente condivisione e promozione unitaria delle cose più importanti e significative che il territorio esprime. Con la stima e l'affetto di sempre. 
Rocco Frascaria
Concordo assolutamente: ci sono troppi solisti qui al Sud, soprattutto per quanto riguarda la classe politica (ma lo stesso limite viene spesso palesato anche dalla società civile).
Si dovrebbe invece, come dice Rocco, fare squadra, fare rete. Il social network potrebbe essere uno strumento importante: ma troppo spesso viene utilizzato per l’esatto contrario, come arma impropria, come clava per offendere e per distruggere, e non come occasione per costruire.
Nazario Bizzarri è invece moderatamente ottimista: “ ...a quanto pare la goccia ha fatto traboccare il vaso! dopo tanti anni e tante battaglie silenziose e caparbie, gli interessati alle sorti del parco e della chiesa di S.Maria di Monte d'Elio sono aumentati! ben vengano, anche se piuttosto in ritardo, tutte le iniziative per dare la giusta visibilità di luoghi unici del Nord Gargano!”
Luoghi unici, luoghi d'incanto e di passione, Santa Maria di Devia così come Santa Maria di Kalena, di cui mi chiede notizie Raffaele De Seneen intervenendo nella discussione. Un altro gioiello che i garganici, in questo caso i peschiciani, non riescono a restituire al suo antico splendore, l’Abbazia di Santa Maria di Kalena di Peschici, al cui recupero da anni sta dedicando ogni energia Teresa Maria Rauzino.
Che risponderti, caro Raffaele?
Alla mia età ho perso un po’ di ottimismo. Lo sviluppo della nostra terra mi sembra una gigantesca tela di Penelope: quel che si fa un giorno, viene disfatto all’indomani. Ma forse dobbiamo imparare proprio da Penelope. Resistere. Resistere. Non perdere mai la speranza che un giorno o l’altro, Ulisse ritorni.

La Foggia che non c'è più di Romolo Caggese

“Ma di tutte queste gloriose memorie oggi non resta che qualche scarso segno, destinato anch'esso a perire fra breve. Tutto il patrimonio della civiltà medioevale è andato disperso miseramente, e la ignavia e l'ignoranza e il nessun senso storico dei vandali passati e presenti hanno cancellato dalle mura, dalle case, direi quasi dall'aria il colorito che vi aveva impresso il passato.”
Il giudizio di Romolo Caggese sui foggiani, è duro, sferzante e forse anche un po’ impietoso. Il grande storico conosceva bene il capoluogo dauno, per averci studiato, ed essere stato testimone oculare della rivolta popolare che il 28 aprile 1898, incendiando il vecchio municipio, aveva provocato la distruzione dell’archivio comunale e, con esso, della memoria cittadina.
Però le immagini che accompagnano il suo racconto del capoluogo dauno, nel libro Foggia e la Capitanata (potete trovarlo integralmente qui, se volete rileggerlo) sono di una bellezza toccante.
Visto l’interesse suscitato tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane dai filmati dedicati a Manfredonia, San Menaio, Accadia e Santa Maria di Devia, ho pensato di realizzare una photostory, utilizzando le immagini e i testi di Caggese.
Potete ammirarvi la Foggia “regale ed imperiale” che non esiste più, e tante altre immagini che provocano rimpianto e nostalgia. Eccovi la photostory. Guardate, amatela condividetela.


domenica 27 marzo 2016

La Pasqua di don Tonino Intiso al cimitero di Lucera

Don Pasquale Caso e don Tonino Intiso
Partecipare alla Messa pasquale in un cimitero può essere una esperienza intensa, soprattutto se il  cimitero in questione è quello di Lucera e se a a celebrarla c'è don Tonino Intiso. Cosa ci faccia il sacerdote foggiano a dir Messa nella bella chiesetta del camposanto della cittadina sveva dovrebbe indurre alla riflessione la chiesa foggiana, ma questo è un altro discorso fuori luogo in un giorno di festa come quello di oggi.
Don Tonino mi ha chiesto di accompagnarlo. L'ho fatto volentieri, ed è stata una esperienza che mi ha arricchito, grazie anche alla bella comunità che il cappellano, don Pasquale Caso, è riuscito a creare, in un luogo così particolare. 
Mi piace condividerla con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane. Eccovi, di seguito, ampi stralci dell'omelia tenuta da don Tonino, con i suoi auguri pasquali.
* * *
Vi faccio e mi faccio gli auguri di Buona Pasqua. Vorrei che il Signore ci facesse toccare con mano la bellezza profonda del gesto augurale, dandoci consapevolezza di che cosa significa fare gli auguri. Quando ci facciamo gli auguri, che auguri ci facciamo, che cosa ci scambiamo, che cosa ci diamo? Stiamo attenti alle parole che usiamo. 
Noi auguriamo all’altro di risorgere, e chi ci fa gli auguri di Pasqua, ci augura di risorgere. 
C’è da risorgere in qualche cosa che in noi è morto. Noi crederemo che veramente Gesù è risorto, perché io sono risorto, sto risorgendo. Altrimenti, non ha senso che io festeggi Gesù risorto, ma un Gesù che non ha niente a che fare con me, che festeggio? 

sabato 26 marzo 2016

Foggia senza memoria: il tesoro perduto dei Cappuccini

Rappresenta un pezzo fondamentale della storia foggiana, ma i foggiani non lo conoscono. E sono tante le responsabilità della progressiva rimozione dalla memoria collettiva della città della Chiesa , del Convento dei Cappuccini e dei prodigiosi eventi che in esso si sono verificati, a cominciare dalla prima apparizione della Madonna dei Sette Veli, il 22 marzo 1731.
Una dolorosa conferma a questa sensazione è arrivata dai commenti alla fotografia dei ruderi del convento, incorporati nel perimetro del Parco dell’Iconavetere che ho pubblicato qualche giorno fa, ad illustrazione della lettera meridiana Foggia senza memoria è Foggia senza identità. Alcuni lettori non sapevano neanche dove si trovassero, quei ruderi, altri conoscevano la zona, ma ignoravano il loro rapporto con quella “chiesa all’aperto”. 
La storia amara del Convento dei Cappuccini è, del resto, quanto mai emblematica della difficoltà che la città ha sempre incontrato quando si è trattato di conservare la memoria. 
Come dimostra lo splendido disegno di Mario Soro, tratto da Foggia Sacra del canonico Michele Di Gioia, si trattava di una bella costruzione che sorgeva lungo il tratturo, fuori dall’abitato cittadino, verso San Severo. 
La ricostruzione di Soro (che potete scaricare in alta risoluzione cliccando qui) è stata elaborata sulla base della rappresentazione del Convento che è possibile vedere in diverse carte della Dogana delle Pecore, nonché nelle più antiche mappe cittadine, come quella del Crivelli.
La mappa del Crivelli
I Cappuccini giunsero a Foggia nel 1579, grazie a due benefattori, Nicola Zuccaro e sua moglie, Rosa Del Vento, che non avendo eredi, ottenuto il beneplacito del Vescovo di Troia (da cui allora dipendeva il territorio foggiano) finanziarono la costruzione di un piccolo convento, che venne successivamente ampliato, fino ad avere 33 celle, una infermeria ed un lanificio. Annesso al convento c’era un orto.
L’immobile sorse a fianco alla piccola chiesa della Madonna delle Grazie che, contemporaneamente alla costruzione del convento, venne ampliata grazie alle oblazioni degli Abruzzesi proprietari degli armenti che venivano a svernare nel Tavoliere. Venne consacrata nel 1618, con il titolo di Santa Maria Costantinopoli, ed anche questo rapporto con la transumanza conferma l’importanza del posto nella storia della città.

Quando Protano scrisse a Matarrese per difendere il Foggia

Uno dei più grandi problemi dell’odierna Capitanata sta nel far valere le sue ragioni. Nel far sentire la sua voce sulla stampa nazionale, oltre i confini provinciali. Una volta non era così.
La Provincia riusciva a fare la voce grossa, ed a farsi ascoltare, anche per cause in apparenza banali, come due gol ingiustamente annullati al Foggia che rischiarono di compromettere una storica promozione.
Protagonista di questa storia è Michele Protano, indimenticabile e indimenticato presidente socialista dell’Ente di Palazzo Dogana nei suoi anni ruggenti, dal 1981 al 1990 (nella foto, mentre inaugura la Strada regionale  n.1 - Pedesubappennica).
Ritrovo il ritaglio di un articolo di Anna Langone comparso sulla edizione  nazionale del La Stampa di Torino, (potete scaricarlo qui nella sua versione integrale) e provo una commozione intensa, un senso di nostalgia profonda ricordando quella Provincia viva, che sapeva battersi fino in fondo per difendere gli interessi del territorio.
Sono stato il capufficio stampa della Provincia di quegli anni e di Michele Protano, con il quale ho avuto profondissimi rapporti di amicizia e di stima. 
Ricordo tanti episodi come quello che sto per raccontarvi, riportatomi alla mente dal ritaglio del giornale. Una storia del tutto coerente con lo stile di questo pugnace presidente che qualche mese prima non aveva esitato, di fronte all’ennesima fumata nera dell’iter legislativo della istituzione dell’università a Foggia, a farsi promotore di quella storica giornata di mobilitazione che il 3 dicembre 1988, portando in piazza 15.000 persone avrebbe dato un impulso decisivo al riconoscimento del sacrosanto diritto all’università del territorio.
Ma veniamo al ritaglio de La Stampa. In quegli anni, la Provincia era, più ancora del Comune di Foggia, una interlocutrice diretta del Foggia Calcio guidato da Pasquale Casillo. Era stata proprio la Sala Giunta di Palazzo Dogana ad ospitare, quattro anni prima, la delicatissima trattativa che aveva permesso all’industriale del grano di acquisire il pacchetto di maggioranza del Foggia, scongiurando il fallimento delle società.

venerdì 25 marzo 2016

Santa Maria di Devia: c'è l'interessamento del cardinale Ravasi

Quando, ormai molti anni, fa la Provincia dette vita alla rivista d’informazione Capitanata (non quella pubblicata dalla Biblioteca, ma un bimestrale più agile e snello, dai contenuti più spiccatamente informativi, che veniva curato dall’Ufficio Stampa e diretto che chi scrive) e decidemmo di dedicare in ciascun numero un reportage ai Comuni più significativi delle risorse e delle potenzialità del territorio dell’intera Capitanata, non ebbi dubbi: cominciai il mio viaggio alla scoperta della Capitanata migliore da Sannicandro Garganico.
Sannicandro ha tutto ciò che potrebbe essere un prezioso propellente per lo sviluppo: una storia remota, che si dibatte tra la tradizione pastorizia e pastorale e sorprendenti vocazioni d’artigianato d’arte, come i fiori secchi; una tradizione letteraria, poetica e multiculturale di  raro spessore, impreziosita dalla presenza di una antica presenza ebrea; un territorio quanto mai vario, tra collina e mare, il gioiello naturalistica di Torre Mileto con i suoi olivastri. E poi, è il ponte naturale tra la Puglia e l’arcipelago delle Tremiti.
Nel corso degli anni ho partecipato a tante, proprio tante manifestazioni culturali a Sannicandro (che, per la verità, negli ultimi tempi si sono diradate). 
Tutto questo per dire che, nel bene e nel male, Sannicandro è un luogo profondamente rappresentativo dell’intera Capitanata. Più nel male che nel bene, però: almeno nel caso di quanto sta accadendo a Monte D'Elio. In realtà, anche in questa triste vicenda, si ripete una storia che già tante volte abbiamo visto e vissuto. Finanziamenti ingenti che vengono destinati a recuperare pezzi importanti del patrimonio culturale ed archeologico, ma che vengono poi vanificati da politiche di gestione approssimative, inefficaci.
Ricapitolo la storia per quanti avessero perso le puntate precedenti (che trovate comunque cliccando qui). Il parco archeologico ambientale è stato praticamente distrutto dai vandali. La Chiesa di Santa Maria, autentico gioiello del romanico pugliese, è stata sottratta alla fruizione turistica, mentre sono a rischio i preziosissimi affreschi bizantini (che potete ammirare cliccando qui…) a causa dell’accumulo di salnitro e dell'assenza di un'organica politica di salvaguardia e tutela.

In e-book, il Venerdì Santo di Vico del Gargano

Vico del Gargano è un piccolo paese dello Sperone d’Italia, il cuore del Parco Nazionale, a due passi da quella straordinaria meraviglia che è la Foresta Umbra. È inserito tra i borghi più belli d’Italia per la qualità e la tipicità del suo centro storico.
A Vico trionfano non soltanto il paesaggio e la bellezza dell’abitato. Anche la cultura immateriale mette in mostra straordinari monumenti, come le tradizioni popolari legate alla Settimana Santa, in particolare i riti e le processioni che si svolgono durante tutta la giornata del Venerdì Santo.
Questo giorno di lutto a Vico durante la processione serale si trasforma in una giornata di gioia ed esultanza popolare.
Si tratta di una delle processioni più maestose ed impressionanti del Gargano.
Il Venerdì Santo a Vico del Gargano, Viaggio di fede fra la passione e l’esultanza di un popolo è un approfondito reportage, riccamente corredato di fotografie, scritto da Francesco A.P. Saggese che riesce mirabilmente ad offrire un eccellente contributo alla conoscenza di una delle tradizioni più radicate e suggestive dell’intera Puglia. 
A Saggese il ringrsziamento di Lettere Meridiane per aver voluto condividere la sua opera con gli amici e i lettori del blog.
Il reportage di Saggese è disponibile  in versione pdf e in versione e-pub. Potete scaricarle, cliccando sui relativi collegamenti qui sotto:


giovedì 24 marzo 2016

Il volto della Misericordia: per la prima volta insieme tutti i Crocifissi di Pietro Frasa

Troia arricchisce la sua offerta culturale in una settimana santa già molto ricca di eventi e di tradizione con una mostra d’eccezione: Il volto della misericordia, che presenta le fotografie scattate da Antonio Farina ai Crocifissi di Pietro Frasa, che è possibile dunque ammirare per la prima volta, tutti assieme, seppure in modo virtuale, su foto di grande formato.
L’evento di grande suggestione e di eccezionale livello artistico, è promosso dalla Diocesi di Lucera-Troia e dall’Associazione Culturale Terzo Millennio, ed è ospitato dal prestigioso Museo Diocesano della cittadina del Rosone.
La mostra reseterà aperta fino al 30 marzo prossimo osservando i seguenti orari di apertura: dalle 10.30 alle 13 e dalle 17.30 alle 20.
Al centro della Mostra Fotografica dei crocefissi del Frasa c'è naturalmente  un attento studio sul crocefisso della cattedrale di Troia con suggestivi scatti che mostrano  il sorprendente cambiamento delle espressioni del volto visto da varie angolazioni. Farina è riuscito a cogliere come mai nessun altro questa che è la straordinaria peculiarità delle opere di Frasa.
“Il crocifisso di Troia – afferma Farina - è un pezzo d'arte che non ha uguali ed è unico al Mondo. E’ un'opera d'arte incredibilmente dinamica, ricca di interpretazioni e di messaggi artistici e teologici.” Sono rappresentanti anche il Crocifisso di Foggia e quelli che vengono ritenuti crocifissi gemelli.

Apprezzato fotografo e fotoreporter, Antonio Farina è un allievo dell’indimenticabile Tonio Console, ed ha lavorato per molti anni con Videoreporter a Foggia. 

Foggia senza memoria è Foggia senza identità

Mi scrive Carmela, un’affezionata ed attenta lettrice di Lettere Meridiane che prima del post di qualche giorno fa (Foggia città ingrata) non sapeva che a Foggia, in via Ciano, esistesse il Parco dell’Iconavetere :"mai saputo di un luogo dell'apparizione! grave, molto grave averlo ignorato, quasi sacrilego."
Non è grave, e neanche sacrilego, tanto più se si ha, come nel caso di Carmela, la consapevolezza della importanza della memoria. Deve però far riflettere che una foggiana attenta e sensibile a questi temi, non sappia che quel Parco è tutto ciò che a Foggia fa memoria di due eventi fondamentali nella storia cittadina: il tragico terremoto del 20 marzo del 1731 e l’apparizione, della Madonna dei Sette Veli, che mostrò il suo volto ai foggiani, per la prima volta, due giorni dopo, nel Convento dei Cappuccini. Il Parco è nato proprio per preservare e custodire i ruderi, ma alla fine, è stato esso stesso abbandonato a se stesso.
Allora, il problema è: come parla  Foggia ai foggiani? Come comunica i propri simboli, la propria identità, la propria memoria?
Posso testimoniare che Carmela è  particolarmente attenta a tutto ciò che riguarda la memoria e l’identità della città. Se le sono sfuggiti il parco ed il suo valore simbolico, è perché la città non riesce a valorizzarli e ad esprimerli. Tanto per dire, non c'è un'adeguata segnaletica che ricordi cosa sono quei ruderi, e che quello è il luogo dell'apparizione.

mercoledì 23 marzo 2016

Quando Bacchelli venne alle Tremiti

Quello che  state per leggere è uno dei primissimi reportage turistici che riguardino il Gargano e le Tremiti. Uscito sulla Stampa di Torino venerdì 19 aprile 1929, reca una firme illustre, anzi illustrissima, quella di Riccardo Bacchelli, che all’epoca aveva 38 anni, aveva da poco debuttato come romanziere, dopo aver fondato la rivista letteraria La Ronda ed essersi segnalato come fine saggista ed autore teatrale. Bacchelli diventò uno degli scrittori italiani più amati con la trilogia de Il mulino del Po, da cui venne tratto anche un fortunato sceneggiato televisivo. Fu più volte candidato al Nobel per la Letteratura senza mai riuscire a centrare l’ambizioso traguardo, ostacolato, pare, dalla sua militanza cattolica, poco gradita agli ambienti socialisti e calvinisti svedesi. Fu autore di apprezzati libri di viaggio, ed a questo filone si iscrive senz’altro Le isole delle acque verdi che, più che un reportage turistico sull’arcipelago diomedea, è un racconto del viaggio in piroscafo da Manfredonia e San Domino, scritto con lo stile sensuale e sapido che ha reso celebre Bacchelli. Eccovelo, e buona lettura.
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Le Isole delle Acque Verdi 
di Riccardo Bacchelli
Il piroscafo che fa servizio, mare permettendo, due volte la settimana per le Tremiti, dà fondo davanti ad ogni rada dei paesi costieri da Manfredonia a Rodi, sollecitando colla sirena i barcaiuoli.
Li sollecita, specialmente il sabato mattina, perché in quel giorno il piroscafo «Epiro» rientra a Bari, sua sede, dove l'equipaggio passa la sera di sabato e la domenica in famiglia. Non gli si può far carico d'aver fretta; non si può far torto ai barcaiuoli di stare all'orario; e allora, dopo mattutine zufolate, che sveglian tutti gli echi delle pinete sopra San Menaio, e delle rupi di Peschici, e delle rade ampie di Vieste, avvengono sotto bordo bellissime contestazioni in lingua pugliese, che mi pare molto adatta a distinguere, sottilizzare, disputare e pungere, tanto nei baresi dell'«Epiro» quanto nei rivieraschi delle barche. Sola differenza l'accento, che è netto e sobrio quello dei garganici, quanto quello dei baresi è vocalizzante e spampanato.
Intanto passeggieri e carico s'imbarcano e sbarcano e la partenza rasserena i contendenti.
Ma questo succede al ritorno. L'arrivo alle Tremiti avviene per l'ora del tramonto.
E' noto che fin dai tempi del Borboni esse furono adibite a luogo di relegazione e confino. Sul piroscafo «Epiro» s'incontran sempre dei coatti in traduzione, al quali, come son tolte durante la navigazione le manette, è resa un po' di quella confidenza che il popolo non nega a coloro che, purgando essi la pena del malfatto, non è nostro compito giudicare. Cordialità e confidenza lontanissime da ogni umanitarismo sentimentale di qualunque sorta: che provengono, più che da ispirazione, dalle «opere della misericordia» ; e che il popolo nostro, profondo nella rettitudine del suo buon senso, ricava da un antico e sanissimo concetto della pena purgata.

martedì 22 marzo 2016

285 anni fa, la prima miracolosa apparizione della Madonna dei Sette Veli

Il 22 marzo del 1731, due giorni il disastroso terremoto che aveva distrutto la città e provocato migliaia di morti, la Madonna dei Sette Veli mostrò per la prima volta il suo viso ai foggiani. Accade al Convento dei Cappuccini, che sorgeva fuori l'abitato, lungo la via per San Severo.
Il sacro tavolo dell'Iconavetere era stato portato lì per preservarlo da altri possibili crolli.
Quel prodigio si rivelò decisivo per aiutare i foggiani a superare quel terribile momento. Da allora, mai più nessun foggiano sarebbe morto per un terremoto.
Tra i testimoni oculari di quell'evento straordinario vi fu l'arciprete don Nicola Guglielmone, Prima dignità del Capitolo della Chiesa Collegiata, sessantenne. Convocato dal Luogotenente, sotto giuramento, rese la testimonianza che segue.
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Succeduto il flagello del gran terremoto a' 20 Marzo circa l'hora nove e mezza, per lo quale, stando fra gli altri edifici abbattuti la Chiesa Collegiata e Matrice aperta e con pericolo di cadere, dove si venerava la sagra Immagine sotto il titolo dell'Iconavetere dipinta, secondo la tradizione sopra legno su tavola e coverta nella parte superiore di veli al numero di nove incirca, la quale sagra Immagine, come cagion d'origine di questa città è venerata da principal Protettrice, per liberarla dalle rovine, stimai bene, come capo del Capitolo, farla trasportare il giorno appresso del flagello nella chiesa de' RR. PP. Cappuccini, sita fuori le mura di questa città, meno patita delle altre chiese. Nel giorno poi del 22, Giovedì Santo, portatomi nel largo avanti detta chiesa de' PP. Cappuccini per celebrarvi la Messa solenne e farvi la Comunione generale, nel mentre si preparava I'altare nel detto largo, fui chiamato da alcuni devoti cittadini, dicendomi, che compariva il volto di Maria Vergine nel tondo situato nella parte superiore di detta sagra Icone, coverta di veli, cosa che mai per lo spazio di circa sette secoli s'era veduta.

La storia semiseria di una coppia che sfidò la morte per non lavare i piatti

Per gentile concessione dell'autore, Angelo del Vecchio, e su segnalazione di Antonio del Vecchio, pubblichiamo per l'archivio delle storie di Lettere Meridiane questo racconto, che giunge da Rignano Garganico.
Il brano è contenuto in "Lupi Mannari, Streghe e Fantasmi del Gargano" di Angelo Del Vecchio, pref. di Joseph Tusiani, Araiani, 2008.
La foto che illustra la storia è invece di di Alfred Eisenstaedt. Scattata a Rignano Garganico, è resa disponibile dall'archivio di LIFE Photo Collection, di cui Lettere Meridiane ha parlato in questo post di qualche mese fa.
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Accade spesso nei piccoli centri abitati del Meridione italico che una storia realmente accaduta diventi una vera e propria leggenda di paese. E' il caso di un aneddoto che viene tuttora raccontato tra gli anziani di Rignano Garganico, una vicenda comico-surreale che solo per l'intervento di un becchino-ladrone non si è trasformata in tragedia. Si tratta di un fatto realmente accaduto - almeno così giura zja Rosétte, un'arzilla signora del posto, che l'ha sentita raccontare a sua madre e a sua nonna - in un periodo indefinito, probabilmente tra Ottocento e Novecento.
Due giovani sposini rischiano di essere seppelliti vivi per non lavare i piatti e non perdere una ridicola scommessa. Per meglio capire cosa e come sia potuto accadere occorre ritornare indietro nel tempo ad un periodo dell'esistenza umana fatta di miseria, ma anche di tanta allegria e voglia di vivere.

Foggia città ingrata

"Chi non sa di quanta venerazione sono specialmente circondati i luoghi dove apparve la Madonna? Eppure, qui a Foggia, quante volte si è parlato dell’apparizione della Madonna dell'Iconavetere, si è accennato vagamente all'ex convento dei Cappuccini. E non dico che, neppure in occasione di tante  pubbliche calamità, non si è mai promosso un pellegrinaggio di penitenza con l'Iconavetere o in onore dell' Iconavetere che tanto predilesse quel luogo,- mentre oggi è scomparsa perfino ogni traccia del luogo preciso della sua prima apparizione.” 
Don Michele Di Gioia, indimenticabile canonico della Cattedrale, nonché storico della Madonna dei Sette Veli, scriveva queste considerazioni mentre si avvicinava  il 250° anniversario della prima apparizione della Madonna, praticamente 35 anni fa.
Da allora le cose sono cambiate, ma non più di tanto. Attorno ai ruderi del Convento, in via Ciano, è sorto il Parco dell’Iconavetere, che doveva pagare questo debito di memoria della città, e che venne visitato da Papa Giovanni Paolo II, in occasione del suo tour in Capitanata.
Ma la struttura è rimasta lì, senza mai entrare seriamente a fare parte della memoria, del cuore della città,  senza mai essere “animata”. Anzi, è stata fatta spesso segno di atti vandalici e una volta perfino profanata.
Ha ragione il buon don Michele: la memoria passa anche per segni ed eventi simbolici, come quelli che egli stesso indica nella citazione, tratta dal libro La Madonna dei Sette Veli, Patrona Principale di Foggia, che continua a restare un testo di riferimento per tutti quanti vogliano approfondire la grande storia della Patrona di Foggia, e delle sue apparizioni.
Il volume ospita anche quella che credo sia l’unica immagine del luogo dell’apparizione (è quella che illustra il post).
Il declino del Convento ebbe inizio quando assieme alla chiesa annessa venne trasformato “in caserma per i militari,” e – come ricorda Di Gioia – “la cappella andò soggetta all'abbandono e all'ingiuria del tempo.”
“Anche quando gli avanzi .dell'ex convento e chiesa ritornarono ai Padri Cappuccini per interessamento di Mons. Farina il quale, proprio in ricordo di quella prodigiosa apparizione auspicava il ripristino di tutto il complesso – scrive ancora il Canonico - , nessuno pensò e provvide ad erigere almeno un qualche monumentino, per richiamare nel popolo il dovere della riconoscenza e la fiducia in Colei, che si è sempre dimostrata sollecita in tutti i bisogni a correre in aiuto dei suoi prediletti figli.”
Questa dimenticanza dolorosa, affligge non soltanto l’ex Convento dei Cappuccini, ma un po’ tutti i luoghi delle apparizioni, privi di targhe o altri elementi che ricordino l’evento.
Ed è tutto dire, in una città che è stata così tanto spesso gratificata dello svelamento della sua Patrona.

lunedì 21 marzo 2016

Salviamo Santa Maria di Devia

Purtroppo, non è a rischio soltanto il parco archeologico ed ambientale di Devia, ripetutamente vandalizzato e ormai pressoché distrutto. A correre seri pericoli, anche se in questo caso non c’entrano nulla vandali e balordi, sono anche gli affreschi medievali che ornano da secoli le pareti e le absidi della chiesa di Santa Maria, ritenuta dagli esperti un gioiello del romanico pugliese.
Come segnalano i cittadini di Sannicandro Garganico che si stanno battendo per tutelare e valorizzare al meglio queste splendide opere d’arte, il salnitro si sta accumulando sulle pitture murali, minacciandone l’integrità.
Occorrerebbe una maggior collaborazione tra la parrocchia titolare della Chiesa, il Comune  di Sannicandro Garganico e le associazioni culturali locali, anche per riconsegnare la chiesa ed il parco alla pubblica fruizione.
Il grido d’allarme  in questo video, che documenta anche la grande bellezze del ciclo di affreschi, di chiaro stile bizantineggiante, che adornano il tempio garganico.
Realizzato interamente con materiali poveri e disponibili in rete, è un esempio di immagine militante che speriamo possa dare un contributo a salvare Santa Maria di Devia.
Guardatelo, amatelo, condividetelo.

Riti pasquali di una volta: la caduta del panno

Giornalista attento e sensibile, oltre che operatore culturale di lungo corso, Antonio del Vecchio diventa un contributore di primo piano di quell'archivio delle storie promosso da Lettere Meridiane nel tentativo di conservare e trasmettere quella straordinaria parte della cultura immateriale della provincia di Foggia rappresentata appunto dalle storie, intese nella duplice accezione di racconti tramandati dalla tradizione popolare, ma anche memorie, leggende e miti dei diversi comuni.
Del Vecchio, che ringrazio affettuosamente, esordisce con questa memoria, legata ad una particolare usanza della Settimana Santa a Rignano Garganico, da tempo dimenicata.
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La Chiesa non sempre conserva, come fa per i monumenti, le chiese, le varie testimonianze dell’arte figurativa. Talvolta rinnova radicalmente il suo modus vivendi a seguito dei sacri Concilii o di altri importanti eventi, mettendo da parte per sempre riti e usanze plurisecolari. È il caso dei riti e funzioni in atto durante la Settimana Santa, che tanti a Rignano Garganico ancora ricordano con profonda nostalgia. Vennero completamente modificati attorno agli anni ’70 dall’allora parroco, il compianto don Pasquale Granatiero.

domenica 20 marzo 2016

Auguri, con la composizione di archi di Gianni De Maso

Dopo la splendida composizione di comignoli monumentali del Gargano (molto apprezzata dagli amici e lettori) pubblicata sulla pagina facebook di Lettere Meridiane, Gianni De Maso mi porge gli auguri per la domenica delle Palme, con questa splendida composizione di archi di Vico del Gargano.
Gli sono grato di tanta bellezza, che volentieri giro a quanti seguono la pagina, il gruppo e il blog. Con l'augurio che riusciamo ad essere degni della bellezza che ci è stata elargita dal Creatore, ma anche da tante generazioni d donne e di uomini che hanno vissuto nei luoghi di cui noi siamo oggi eredi, rendendoli produttori di identità, di memoria, di bellezza, come ci dimostra Gianni De Maso con una composizione di immagini che vale più di cento discorsi. Grazie, e auguri.

285 anni fa il tragico terremoto che distrusse Foggia

Duecentottantacinque anni fa, il 20 marzo del 1731, Foggia subiva il più disastroso terremoto della sua storia. Le vittime si contarono a migliaia tra i foggiani e i residenti nei centri della provincia maggiormente colpiti, come Cerignola.
Studi più recenti hanno collocato l’epicentro ad una ventina di chilometri dal capoluogo, nel Basso Tavoliere, tra Stornara e Stornarella.
Lettere Meridiane ha recentemente pubblicato, in due puntate, l’ampia scheda dedicata al terremoto foggiano del 1731 dal CFTI - Med 4.0  (Catalogo dei forti terremoti dal 461 a.C. al 1997)
Chi non l’ha letta trova qui i due articoli:

Il tragico evento è legato a filo doppio alla storia della città, per un prodigioso episodio: due giorni dopo, la Madonna dei Sette Veli manifestò per la prima volta il suo volto alla popolazione, e fu l’inizio di una lunga serie di apparizioni..
Non è un caso che il capitolo dedicato al disastroso sisma nei Cenni storici su la origine della Città di Foggia di Casimiro Perifano è intitolato L’Anno 1731. Apparizione di M.SS. della Icona-Vetere.
Studioso di storia e scienze naturali, scrittore, Casimiro Perifano fu il primo Direttore della Biblioteca Comunale di Foggia. Del libro citato pubblichiamo l'inizio del capitolo suddetto, che reca  la descrizione del terremoto.
La foto è quella che adorna la copertina.
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L’Essere Eterno per vie ignote ed arcano superiori all' intelletto dell’uomo, abbatte, suscita , affana, e consola. Il silenzio della notte del 20 Marzo 1731, era successo al rumore diurno della popolosa Città di Foggia. Le ore nove, e tre quarti erano vicine a battere. Il più terribile dei fenomeni, il terremoto spinto dalla mano dell'Eterno, scrolla il sovrapposto piano della nostra Città, ed in cinque minuti di scossa, e forse più , chiama i Foggiani col suo rimbombo, dal male aurato sonno di quella notte funesta. Tremendo il fenomeno, e luttuosa la scena delle ruine del pianto, e dalla morte , restano fredde le lagrime sul ciglio, quanto l’ uomo si riconosce in un solo momento privo degli oggetti più cari , delle sue sostanze nel paricolo della propria esistenza. I palazzi della nostra Città rovinarono in buona parte dalle fondamenta , le strade restarono ingombrate dai diruti massi , e gl'infelici abitanti della Città di Foggia, barcollando sulle rovine, compravano la propria morte. 

Settimana santa, il portale turistico regionale ignora la Capitanata

E ci risiamo. Viaggiare in Puglia, il portale turistico regionale dimentica quasi del tutto la provincia di Foggia nella promozione degli eventi connessi alla Settimana Santa 2016. 
Ecco quanto si legge nella parte del sito che promuove la Pasqua in Puglia:
Ritrovarsi immersi nella folla, magari in piena notte, tra rumori di catene trascinate, uomini a piedi nudi o donne in lacrime.
Vivere la Pasqua in Puglia significa lasciarsi trasportare attraverso tradizioni millenarie, fatte di pathos, fede e sofferenza. Dai celebri Perdoni di Taranto alla Passione Vivente ambientata nello spettacolare scenario della gravina di Ginosa, passando attraverso riti intensi come la processione dei Misteri ad Andria, la Desolata di Canosa di Puglia o i Crociferi di Noicattaro.
Ma la Pasqua del tacco d'Italia è anche enogastronomia: dalla scarcella per i baresi alla cuddhura per i salentini, passando attraverso i mostaccioli tarantini. Lasciatevi prendere per la gola dai nostri dolci tradizionali.

C’è tutta la Puglia, fuorché la provincia di Foggia, cui è stato negato perfino un richiamo a livello enogastronomico, che non si nega a nessuno.
Le cose vanno appena un po’ meglio con Puglia Events, che una volta era un portale a se stante e si occupava di promuovere gli eventi che si svolgono in Puglia, ed è invece oggi diventato una costola di Viaggiare in Puglia.
La logica è però quella di prima: segnalare gli eventi che si svolgono durante l'anno in Puglia. Va precisato che l’inserimento degli eventi non è una scelta redazionale autonoma, ma si basa sulle segnalazioni che giungono da istituzioni locali, pro loco, associazioni e via dicendo.
Sono tre le località della provincia di Foggia la cui Settimana Santa è segnalata in questa sezione: San Marco in Lamis con le sue celebri Fracchie, Troia con la sua processione dei Misteri e Monte Sant’Angelo con gli odori e le antiche melodie locali che accompagnano le processioni.
Sia nel caso di Viaggiare in Puglia, che in quello di Puglia Events appare inspiegabile l’assenza di Vico Garganico che durante la settimana santa ospita riti di straordinario interesse, come la Messa Pazza.
Altrettanto inspiegabile è il fatto che sul portale turistico regionale manchi qualsiasi collegamento all’eccellente sito settimanasantainpuglia.it, che si segnala per la sua qualità ed anche per la sua completezza. Le località pugliesi in cui si svolgono riti processionaria o passioni viventi sono segnalate tutti insieme sulla home page, senza discriminazioni di sorta.

Le schede sono approfondite ed esaurienti. E c’è anche Vico Garganico.

sabato 19 marzo 2016

Il ritorno dell'Ambasciata di Pace, che bella notizia

Che bella notizia, il ritorno dell'Ambasciata di Pace, voluta dal compianto presidente della Provincia, Antonio Pellegrino, a suggello del ruolo di fare di cultura, civiltà e legalità che Palazzo Dogana aveva ritrovato in quegli anni.
Oggi la Provincia non c'è quasi più, amministratori e dipendenti sono imnpegnati nella tance difesa di presidi di fondamentale importanza come la Biblioteca Provinciale, ma è per questo che fa ancora più notizia e produce ancora più gioia il ritorno all'attività dell'Ambasciata di Pace, che si ripresenta all'opinione pubblica con una iniziativa di rilevante valore simbolito e morale.
All'insegna dello logan mettete una palma nei vostri droni, l'Ambasciata di Pace ha indetto per domani, domenica delle Palme, una marcia della pace, che è anche un modo per rompere la cappa di silenzio che grava su un tema così importante, com'è quello della pace. I fiori nei cannoni non bastano più: la guerra per noi europei è diventata silenziosa, qualcosa che si fa ma non si dice, non bisogna disturbare il manovratore.
L’Ambasciata di Pace, sigla antica e istituzionale, che riunisce a Palazzo Dogana un grande numero di associazioni foggiane, vuole invece dire i suoi NO alla guerra e alla violenza in maniera forte e chiara, e per questo ha indetto per domani 20 marzo, Domenica delle Palme, la Marcia della Pace, rinnovando una tradizione consolidata sul classico percorso dalla Comunità Emmaus all’aeroporto militare di Amendola, dove verranno lasciate le palme e i ramoscelli di ulivo benedetti.
La Domenica delle Palme è percepita da sempre come momento di pace.
I messaggi comunque sono laici, e toccano questioni precise: si dirà no all’interventismo in Libia e in Medio Oriente; sì all’accoglienza dei rifugiati; no alla vendita di armi all’Arabia Saudita e quindi basta ai bombardamenti in Yemen; verità per Giulio Regeni, ambasciatore di pace ucciso nell’Egitto comandato dai militari.
L’appuntamento è alle 10 alla comunità Emmaus. Si proseguirà a piedi sulla complanare fino all’aeroporto di Amendola. Dopo breve cerimonia, è previsto il ritorno con le navette messe a disposizione dall’ATAF.
Saranno presenti numerose associazioni foggiane che invitano alla partecipazione tutti i cittadini. 

Il New York Times: "Foggia avvolta da una nebbia di fumo"


Ha destato un interesse che sinceramente non mi aspettavo l’annuncio del cortometraggio sulla tragica estate del 1943 che sarà prodotto dal Laboratorio di linguaggio audiovisivo dell’Auser. È il segno di una rinnovata e positiva attenzione della città verso la sua storia, anche quella più dolorosa che forse è stata rimossa per troppi anni.
Utilizzando le tecniche dello storytelling digitale, e materiali d’archivio come il bell’opuscolo che venne prodotto dal Comune di Foggia in occasione del deciso anniversario dei bombardamenti, cercheremo di raccontare quella pagina drammatica di storia cittadina, partendo da un punto di vista diverso e finora tentato solo da pochi autori, come Antonio Guerrieri, Tommaso Palermo e Gastone Mazzanti: collocare la tragedia di Foggia nel più generale contesto dello scacchiere bellico nazionale ed internazionale, per comprendere più nitidamente la portata del sacrificio della città, e verificare se questa portata è stata del tutto riconosciuta. Io temo di no.
La recente apertura di archivi americani e la loro disponibilità on line hanno schiuso nuovi orizzonti ai ricercatori, come dimostrano i libri dei già citati Palermo e Mazzanti, che rappresentano naturalmente oggetto di studio e di approfondimento nei seminari che stanno accompagnando il Laboratorio dell’Auser.
I partecipanti al laboratorio stanno lavorando molto alacremente per raccogliere materiali e documenti e questa attività ha permesso di reperire un documento di notevole interesse.
Non so se sia del tutto inedito. Per qual che mi riguarda, non l’avevo mai visto, e con il consenso degli amici che lo hanno reperito, Carmela La Gatta e Luigi La Zazzera (che ringrazio per l'impegno e per la disponibilità) , mi piace metterlo a disposizione dei lettori e degli amici di Lettere Meridiane, come assaggio del cortometraggio.
Si tratta delle fotografie del bombardamento di Foggia del 22 luglio, pubblicate dal New York Times il 25 luglio 1943, tre giorni dopo il micidiale attacco alleato.
Sono immagini tanto  raccapriccianti quanto significative, che testimoniano con incontrovertibile evidenza l’impressionante massa di fuoco che i bombardieri americani e inglesi sganciarono quell’infausto giorno sul capoluogo dauno.
Foggia lasciata in una nebbia di fumo, è il titolo del quotidiano newyorkese. Particolare molto interessante, Foggia viene definita “centro ferroviario”. Si legge infatti, nella didascalia: "il centro ferroviario italiano come appariva prima che le Fortezze Volanti scambiassero le loro bombe, giovedì”.
L’altra didascalia recita, invece: “La stessa area dopo che i nostri aviatori raggiunsero l’obiettivo”. In effetti l’intero abitato appare ricoperto da tante nuvole di fumo, a testimonianza dell’enorme numero di ordigni sganciati durante quel raid su Foggia (852, secondo Gastone Mazzanti).
L’enorme nuvolone nero che si protende verso Nord è quello provocato dall’incendio del treno tedesco carico di carburante, che trasformò in un enorme cimitero. il sottopassaggio invaso dalle fiamme e dal fuoco, con la morte di quanti avevano cercato scampo là sotto.
Le fotografie scattate dall’equipaggio di una delle 71 Fortezze Volanti vennero trasmessa alla redazione newyorkese con il sistema delle radiofoto, inaugurato soltanto qualche anno prima.
Per aiutare i lettori a orientarsi nelle foto, ho arricchito quella scattata prima del raid di alcune indicazioni.
Potete invece scaricare il ritaglio del New York Times completo di titolo e didascalie, cliccando qui.

venerdì 18 marzo 2016

Al terminal bus sia il monumento alle vittime dei bombardamenti, sia quello al ferroviere

Si profila una intesa per l’arredo degli spazi del nuovo terminal per i bus della stazione ferroviaria. La società civile e la politica discutono, ed è senz’altro un bene, in una città dove si discute troppo poco.
L’ultima parola spetta, com’è ovvio che sia, al consiglio comunale, ma il confronto tra le diversi ipotesi apertosi sul social è approdato ad una positiva conclusione. 
Presso il terminal bus potrebbero trovare posto tanto il Monumento alle Vittime dei bombardamenti del 1943, quanto la locomotiva-monumento al ferroviere, ubicata attualmente in villa comunale, tra i boschetto e il parco giochi.
È appena il caso di sottolineare che si tratta di due simboli, entrambi profondamente legati alla storia della città, tratti costitutivi della sua identità più profonda. 
L’idea di collocare nella nuova struttura il Monumento era il frutto di una intesa raggiunta tra il sindaco di Foggia, Franco Landella, e il Comitato per il Monumento alle Vittime del 1943, presieduto da Alberto Mangano.
La proposta di sistemarvi la locomotiva era partita invece dal consiglio comunale Pasquale Cataneo e aveva suscitato qualche risentimento in Mangano, preoccupato che potresse trattarsi di una idea laternativa rispetto al monumento.
Ma è stato proprio Cataneo a precisare che le cose non stanno così, in un commento pubblicato sulla pagine di Lettere Meridiane in cui ha scritto: "Gentile Geppe Inserra mi permetto di fare due domande "coram populo" di fb .... Lei conosce il testo della Mozione presentata? È sicuro che ci sia contrasto con quanto ha finora affermato Alberto Mangano e la nostra proposta in merito?"
Toni molto distesi, come si vede, che lasciavano pensare che la proposta contenuta nella mozione sottoscritta da Cataneo ed altri consiglieri di maggioranza non sia affatto alternativa all'allocazione del monumento alle vittime della tragica estate del 1943 nel terminal bus.
A chiarire definitivamente il tutto ci ha pensato alla fine proprio il presidente del Comitato per il Monumento, Alberto Mangano: "da quello che ci siamo detti io e Cataneo qualche giorno fa, la proposta dei consiglieri si affianca a quella del monumento che viene citato anche nell'ordine del giorno."
Ottima cosa, tenuto conto anche della necessità di assicurare una sistemazione più dignitosa alla locomotiva. Come si legge su Wikipedia, si tratta di una locomotiva della serie 880, precisamente è la 880.009 ed è "esposta all'aperto nella villa comunale di Foggia in ricordo dei ferrovieri caduti durante i Bombardamenti di Foggia del 1943."
Bella la testimonianza lasciata sulla bacheca del gruppo La Foggia che vogliamo da Rosy la Rosa che scrive: "Quella locomotiva sta più di 35 anni li, è stata costruita da mio suocero con i suoi operai delle officine di Foggia, che ha dato il sangue per farla diventare un monumento. Ricordo mio suocero come si avvelenava quando vi salivano dei tipi poco raccomandabili. Credo che questa locomotiva si doveva mettere in un museo, e non in villa, alla mercé di tutti. "

De Cato: "La drammatica spirale che soffoca il Gargano"

La devastazione del parco archeologico del Monte Devia è purtroppo la tessera di un mosaico assai più ampio e composito. Qualche mese fa, Lettere Meridiane ha raccolto i lgrido di dolore di una imprenditrice che stava sul punto di abbandonare l'attività, vessata da comportamenti di inciviltà e di arroganza. È giunto il momento che i garganici avviino una coraggiosa e consapevole riflessione. Questo l'invito che rivolge a voce alta Giuseppe De Cato, dirigente scolastico, scrittore e intellettuale di Sannicandro Garganico, commentando quanto è successo a Devia, ma anche la più generale atmosfera di rassegnazione che si respira sul promontorio, e che può essere esorcizzata soltanto con una grande mobilitazione civile.
Occorrerebbe lo stesso coraggio raccontato proprio da De Cato nella storia che abbiamo pubblicato ieri, e che narra di quanto la gente di Devia riuscì ad avere la meglio sui feroci pirati turchi.
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È un brutto periodo per San Nicandro Garganico e, più in generale, per l'intero Promontorio. La devastazione del parco attrezzato di Devia è solo l'ultimo avvilente evento.
Tante, troppe tragedie si susseguono, l’una dietro l’altra, senza che la nostra terra riesca a risollevarsi dalla drammatica spirale di disperazione che tende a stritolare, giorno dopo giorno, sogni e aspirazioni di un'intera comunità. Sembra che anche la semplice indignazione sia diventato un sentimento raro.
Anche la vita politica e amministrativa vive un periodo difficile. Fratture profonde e insanabili, frutto di ambizioni degenerate nell’arrivismo, scelte colpevoli e scellerate, di oggi, di ieri e l’altro ieri, hanno profondamente fiaccato la volontà di quanti hanno preferito non saltare al di là di ciò che è lecito e giusto, con il risultato di una debilitazione della difesa immunitaria primigenia di ogni democrazia: la politica, appunto.
Appare ormai ineludibile l’elaborazione di proposte che restituiscano fiducia e tranquillità ai cittadini, speranza in un futuro migliore, ma occorre soprattutto mettere in atto comportamenti e azioni che aiutino a ricomporre l’ethos civico-politico di una comunità che non vuole arrendersi alle tante ombre, angosce e aberrazioni che oggi offuscano le luci della sua cultura, le sue sacrosante speranze, i valori della sua civiltà.
Resta più che mai valido l’assunto di Nicolae Iorga, storico e filosofo rumeno: “Giusto è solo colui che non permette che si commetta del male intorno a lui”. E’ una strada lunga e difficile, che non ammette scorciatoie. Vale la pena di percorrerla, però, per noi, per i nostri figli!
Giuseppe De Cato

giovedì 17 marzo 2016

Manfredonia la bella

Erano settimane che cercavo di comprendere il “peso” di Manfredonia e del Gargano in seno alla collezione fotografica del Fondo Ester Loiodice custodito presso la Biblioteca Provinciale, e più in generale della città sipontina nel patrimonio di immagini che la Magna Capitana ha messo a disposizione della Teca regionale pugliese.
Non c’ero riuscito, a causa di un malfunzionamento del motore di ricerca, che impedisce di concludere con successo query che si estendano su molti documenti. Poi ho trovato la soluzione del rebus, non senza smanettare un po’, e mi sono subito reso conto che ne era valsa veramente la pena.
Manfredonia la bella fa la parte del leone nel fondo della Biblioteca Provinciale e non solo per la sua particolare incidenza nella raccolta di fotografie della etnologa foggiana Ester Loiodice, fondatrice del Museo delle Tradizioni Popolari di Capitanata (se volete saperne di più, e vi consiglio caldamente di  leggerlo, trovate qui un bel saggio scritto da Teresa Maria Rauzino per la rivista Diomede).
La Biblioteca Provinciale possiede anche un’altra collezione di notevole interesse che riguarda da vicino Manfredonia, la raccolta di fotografie con cui Rosario Labadessa documenta l’opera di bonifica di Siponto.
Si tratta in tutto, di 16 immagini comprese nel Fondo Loiodice e 39 comprese nel Fondo Labadessa, per un totale di 55 fotografie, molte della quali di struggente bellezza, come quella  che pubblichiamo oggi, scattata, come molte altre che si trovano nella prima collezione, dal grande fotografo sipontino Umberto Valente, che ha operato per quasi tutto il secolo scorso (si è spento nel 1980, a 90 anni).
La datazione è incerta, ma sicuramente anteriore al 1933. Sul retro, la foto reca la seguente didascalia: Manfredonia, Panorama del porto – Il faro e il castello (foto Valente) – Ospitalità italiana. 
Ospitalità italiana era una rivista turistica degli anni Trenta, ed è possibile che le foto che recano questa dicitura siano state scattate per concorrerebbe all’archivio della rivista.
Si tratta di una meravigliosa foto d’epoca, cui seguiranno nei prossimi giorni altre, per rendere il giusto omaggio a Manfredonia la bella.

Per scaricare la foto ad alta risoluzione, cliccate qui.

La provocazione di Lauriola: "Il terminal bus opera improvvida che comprime la stazione"

L'amico Michele Lauriola, ingegnere, fondatore ed animatore della rete Pro Capitanata, nonché memoria storia delle vicende urbanistiche foggiane (ha diretto per anni l'Ufficio Tecnico Comunale) mi ha invitato alcune riflessioni parecchio interessante sul nuovo terminal bus realizzato presso la stazione ferroviaria e più in generale sull'assetto dei servizi e delle opere pubbliche nella città di Foggia.
Lo pubblico molto volentieri, sollecitando amici e lettori di Lettere Meridiane a dire la loro, attraverso osservazioni e commenti.
* * *
Il terminal bus è una improvvida opera che si sovrappone in modo casuale alla Stazione di Foggia, quasi la offusca, e la comprime in uno spazio circoscritto a tacitazione della grandezza di quella stazione, che ha fatto la storia di Foggia.
Certe opere non si costruiscono per spendere i soldi, ma si dovrebbero spendere soldi per realizzare opere che recuperino la storia o che facciano storia.
A Manfredonia un artista giovane è  riuscito a fare l'uno e l'altra riuscendo a coniugare con un'opera assolutamente trasparente il passato con la modernità. Ha trasposto una visione virtuale in una visione reale lasciando intatte le realtà storiche di quei luoghi, anzi li esalta. Così quei luoghi saranno metà di tanti turisti e questo vuol dire sviluppo, economia. La Sovrintendenza ha visto lungo. A Foggia, purtroppo non vediamo lungo vediamo corto.. Questo significa avere lungimiranza, significa sviluppo, economia. L'emblema in negativo di questa stazione è l'omino solitario posto in piazza, e l'indifferenza totale di chi lo vede.
Eppure a Foggia non è stato sempre così. Negli anni novanta, anche se in pochi se ne sono resi conto, a Foggia si sono realizzate opere nel segno della modernità e del recupero e riqualificazione di quelle esistenti, si sono avviati processi di digitalizzazione primi in Italia, si è dato  l'avvio ad una nuova cultura di pianificazione e programmazione strategica, sostenibile e integrata.
Partiamo dalle opere più significative come il nuovo Palazzo di Giustizia, la nave della Giustizia, il recupero del Vecchio Tribunale e la sua riqualificazione a prima sede dell'Università di Foggia, la nuova Questura di Foggia e il recupero della Caserma Miale, interventi di edilizia residenziale pubblica, di edilizia scolastica con la costruzione di nuovi plessi e il recupero di quelli esistenti, come  la scuola elementare Pascoli e Santa Chiara.
Foggia avrebbe bisogno di tornare ad una politica delle opere pubbliche che ne riqualifichi l'identità e la rilanci come città. E' possibile, e Pro Capitanata vuole essere una rete aperta alla costruzione di un'impegno comune, per raccogliere tutti quanti vogliano fare squadra nell'interesse della città.
Michele Lauriola

Anche le parole sono monumenti


Sono da tempo persuaso che le storie siano la parte più importante - e spesso meno conosciuta, nonché più urgentemente da tutelare e tramandare - della cultura immateriale di una comunità. 

Le parole sono le pietre d'angolo di una civiltà. Parole come monumenti, fiabe e novelle che hanno lo stesso valore di vasi e capitelli.
E' una convinzione, che condivido con Giuseppe De Cato, fine scrittore e divulgatore del genius loci, soprattutto quello che si riferisce al Gargano ed alla sua Sannicandro. A far radicare in me questa consapevolezza, è stato proprio il buon Peppino, con cui eravamo amici dai tempi della collaborazione al quotidiano Puglia, una sera del lontano 1997, quando mi invitò a Sannicandro per presentargli il libro Paràul'. Una bella raccolta di fiabe garganiche, impreziosita dai disegni di Nazario Bizzarri.
Paràul sta per parole e parabole: parole che diventano storie esemplari, storie che diventano testimonianze imperiture del modo di vivere di una comunità e di trasmettere la propria identità e la propria cultura profonda, di generazione in generazione.
Da tempo con Peppino De Cato vagheggiavamo l'idea di un archivio digitale che raccogliesse le tante storie di cui è ricca la nostra Capitanata  e li tramandasse attraverso le moderne tecnologie fornite dalla rete.
Il momento è arrivato, e non possiamo che cominciare proprio da Paràul con la storia di Trick e Tr'bb'nal', che è tornata in questi giorni tristemente d'attualità. E' ambientata infatti nell'antica città di Devia, balzato all'onore della cronaca per lo scempio che vi hanno compiuto i vandali, distruggendo il parco archeologico.
La fiaba di De Cato racconta di altre violenze che quel territorio fu costretto a subire, quando era oggetto di frequenti incursioni da parte dei turchi, e di come riuscì ad avere la meglio.
Fu la solidarietà civile a sconfiggere la bieca violenza del feroce condottieri turco. Lo stesso occorrerebbe fare oggi, contro questi nuovi barbari. Buona lettura. 

Trick e Tr'bb'nal'
di Giuseppe De Cato

Tanti e tanti anni fa, lungo la costa di Maletta e sulla fascia collinare e montana del Monte d'Elio, le comunità locali vivevano un periodo di pace e di relativa tranquillità.
Tutto andò bene fino a quando non cominciarono le incursioni ad opera di una banda di saraceni, capeggiati da Tareck, originario dell’ isola di Lesina di Dalmazia, diventato tristemente famoso per I'efferatezza delle sue azioni. Non s'accontentava di saccheggiare tutto ciò che c'era da saccheggiare, ma distruggeva ogni cosa che incontrava sulla sua strada.
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