mercoledì 13 dicembre 2017

C'è anche un po' di Capitanata nella impresa del Pordenone a San Siro

C'è un pezzo di Foggia e della Capitanata nell'impresa di ieri sera del Pordenone che a San Siro. La squadra neroverde, negli ottavi di Coppa Italia, ha tenuto fronte all'Inter fino al secondo rigore della serie ad oltranza, dopo che erano finiti in parità, per zero a zero, tanto i novanta minuti regolamentari che i tempi supplementari.
Al di là della curiosità statistica, la circostanza dovrebbe far riflettere chi pensa che l'erba del vicino è sempre la più verde...
Tanto per dire, tra i migliori in campo c'è stato Miguel Ángel Sainz-Maza approdato alla società friulana in prestito dal Foggia, nello scorso mese di luglio (c'era proprio bisogno di cederlo, viste le grosse difficoltà che i satanelli stanno incontrando in serie B).
Maza ha incantato il pubblico milanese per la determinazione e la classe con cui ha giocato. Per inciso, era il solo giocatore del Pordenone ad avere già incrociato, e spesso, il suo destino con quello di Maurito Icardi. Si erano sfidati da ragazzi in Spagna, il primo con i colori del Racing Santander e il bomber interista nel Barcellona. Maza finì nella cantera del club  blaugrana proprio per sostituire Icardi.
Ieri sera ha sfiorato il gol con una incursione dalla fascia di quelle che piacevano tanto ai tifosi del Foggia, con la cui casacca ha giocato 79 volte, segnando 11 gol.
Chi in gol invece ci è andato, mettendo nel sacco il secondo rigore dei neroverdi (il primo era stato sbagliato da Misuraca, quindi si è trattato anche della prima segnatura a San Siro della formazione di Lega Pro) è stato un'altra vecchia conoscenza dei campi dauni di calcio: Salvatore Burrai, centrocampista dell'ultimo Foggia targato Zeman, che aveva esordito nel calcio che conta a Manfredonia, nello storico campionato disputato dalla società sipontina in serie C1, nella stagione 2007-2008.
Dauno doc è invece il protagonista indiscusso dell'impresa del Pordenone a San Siro, Leonardo Colucci, uno che nell'ambiente calcistico viene ritenuto una sorta di predestinato, e che si sta segnalando come uno dei più promettenti tecnici della nuova leva venuta fuori da Coverciano.

martedì 12 dicembre 2017

Le foto e le storie struggenti di quel povero natale foggiano del 1948...

Adoro leggere gli antichi giornali, perché raccontano lo spirito di un’epoca assai meglio di certi saggi che si limitano ad annodare fatti e date. Mi piace metabolizzarli, e raccontarli a mia volta, cercando, appunto, di penetrare l’esprit del tempo.
Il regalo natalizio di oggi, per gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, è appunto uno di questi antichi giornali, particolarmente significativo per  capire com'era difficile la vita a Foggia all'indomani della guerra, in una città messa in ginocchio dai bombardamenti.
Si tratta del numero unico che la Croce Rossa di Foggia pubblicò, al prezzo di 25 lire, il 23 dicembre del 1948, per dare conto di una straordinaria iniziativa di solidarietà che vide quell’anno la città protagonista: il Natale dei Bimbi Poveri. Chi vuole scaricarlo può cliccare qui.
La guerra si era conclusa da tre anni. La città stava lentamente riprendendosi dal martirio della guerra imboccando la strada di una ricostruzione resa ancora più difficile per la condizione di durissima povertà in cui versavano gli strati più poveri della popolazione. Il giornale calcola in 40.000 i bambini poveri della Daunia, ponendo in evidenza due particolari quanto contraddittori primati che in quegli anni vantava la provincia di Foggia. Era la terra in cui la popolazione cresceva più in fretta, con “ventimila culle l’anno”, come annota il cronista. Ma anche quella che denotava il più drammatico indice di mortalità infantile. Di quei 20.000 vagiti, ben 3.000 si spegnevano nel primo anno di vita. Un’ecatombe, che andava a sommarsi con un’endemica situazione di povertà.

Ricordare per riconoscere Dio nella nostra vita. L'omelia di don Tonino Intiso per il suo 80° compleanno

"Raccontare per ricordare. Ricordare per riconoscere l’operato di Dio nella nostra vita, il Dio che si fa storia. Racconto le meraviglie di Dio nella povertà dei miei 80 anni." A questo tema si è ispirata l'omelia pronunciata da don Tonino Intiso durante la Messa di Condivisione e di Ringraziamento con cui il sacerdote foggiano originario di Troia ha celebrato il suo 80° compleanno, nella Chiesa di San Pasquale.
Don Tonino ha sottolineato come la vita sia sempre e comunque un dono, da vivere con gratitudine e come Dio operi nelle vite di ciascuno di noi, facendosi storia, e rinnovando continuamente e quotidianamente il suo offrirsi all'umanità attraverso l'Eucarestia.
Parole di grande intensità, che sono state seguite con partecipazione e da commozione dai fedeli che hanno partecipato alla funzione religiosa, concelebrata assieme a don Salvatore Ceglia e a padre Urbano De Colellis: assieme ai familiari, tanti amici che hanno condiviso le diverse intense stagioni della vita di don Tonino, dai giovani dell'Azione Cattolica di cui fu assistente all'indomani della sua ordinazione sacerdotale, ai parrocchiani del SS. Salvatore e di San Filippo Neri, ai tantissimi che hanno lavorato al suo fianco quando è stato direttore della Caritas.
Nella certezza di fare cosa gradita a tutti quanti vogliono bene a Don Tonino e lo apprezzano, Lettere Meridiane ha aperto una pagina facebook sulla quale verranno pubblicate le "schegge", i ritagli di stampa con i diversi commenti, le riflessioni, le preghiere che il sacerdote compone nel suo "eremo" di via Risorgimento 5 (tel. 0881-748041, cell. 329-3727236). Abbonatevi ai contenuti della pagina cliccando su "mi piace".
Cliccando su questo collegamento potete scaricare la "scheggia" di cui don Tonino ha fatto dono ai partecipanti alla Messa.
Qui sotto potete invece guardare ed ascoltare l'omelia e il saluto finale ai partecipanti.

lunedì 11 dicembre 2017

Il romantico Tavoliere, tra Bovino e il Vulture, come non l'avete visto mai

In  diversi anni di frequentazione di registi e direttori della fotografia, ho imparato che il paesaggio più amato dagli uomini di cinema, tra i tanti offerti da quell'autentica "antologia del mondo" che è la Capitanata, è il Tavoliere: per la sua luce, innanzitutto, per i suoi colori cangianti a seconda delle stagioni, per le sue atmosfere.
Il Gargano ed i Monti Dauni hanno una loro bellezza conclamata ed evidente. La bellezza del Tavoliere è quella che non t'aspetti: devi scoprirla e percepirla da una prospettiva e con uno sguardo che non sono mai banali, né scontati.
Questa precisa sensazione ho avuto la prima volta che ho visto la splendida rappresentazione del Tavoliere di Puglia che si trova ne L'Italie di Jules Gourdault, un viaggiatore francese dell'Ottocento.
Il disegno è una toccante manifestazione di quel gusto e di quella sensibilità romantica che in quel secolo trovò nel Mezzogiorno italiano uno dei suoi palcoscenici più spettacolari e naturali. Questo il regalo "natalizio" di oggi per gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, che possono scaricare e stampare il disegno ad alta risoluzione, cliccando qui.
Una interessante descrizione del disegno (sono grato a Maurizio De Tullio per la segnalazione) si trova in "Recupero e valorizzazione del tratturo Pescasseroli-Candela" (pag. 15), testo che fa parte dell'ottima Relazione Generale al Progetto Pilota del Piano Paesaggistico Territoriale della Provincia di Foggia curato dall'arch. Stefano Biscotti.

(...) Del Tavoliere ci fornisce una bella immagine l’opera di Jules Gourdault, celebre viaggiatore francese, autore, tra gli altri, del volume L’Italie illustrée de 450 gravures sur bois, pubblicato nel 1877, che contiene una serie di illustrazioni tratte da incisioni su legno. Lo scorcio rappresenta visivamente la descrizione del paesaggio osservato entrando nella pianura, provenendo dal ponte di Bovino.
È un panorama piatto, appena solcato da terrazzamenti bassi, che ricordano quelli della campagna di Roma. Il Tavoliere si estende, in Capitanata e parte della provincia di Bari, per venticinque leghe di lunghezza e dodici circa di larghezza. Arida d’estate, la pianura si copre d’inverno di folta vegetazione su cui, numerose, vengono a pascolare le mandrie scese dalle vicine montagne. […] I capi di bestiame, che migrano in questa regione, la quale vive quasi esclusivamente di pastorizia, si contano a milioni.
È significativo che in primo piano venga rappresentato un pastore con il gregge, mentre sullo sfondo si leva il profilo del Vulture, tante volte descritto come limite visivo del Tavoliere, che qui ha le sembianze di un mare immobile e vastissimo. (...)".

Michele Sepalone tra chiese e quartieri

Non c'è sguardo più nitido di quello di Michele Sepalone, per farci scoprire o riscoprire la bellezza di quel che ci circonda, e di cui spesso non ci accorgiamo per abitudine, noia (verso quel che ci circonda) o proprio per pigrizia di sguardo.
In questi giorni gli appassionati di fotografia ma anche gli appassionati di Foggia e della Capitanata (ecco, forse per capire meglio la bellezza discreta e talvolta nascosta dei nostri luoghi dovremmo, prima di tutto, appassionarci...) hanno la possibilità di gustare non una, ma due mostre di Sepalone, che attraverso il suo obiettivo racconta due particolari aspetti del paesaggio urbano col quale siamo abituati a convivere: le chiese e i quartieri.
La mostra sui luoghi religiosi, intitolata Di-segni divini resterà aperta fino al 6 gennaio prossimo nella Chiesa del Carmine Vecchio (è possibile visitarla tutti i giorni dalle 18.00 alle 20.00) nell'ambito del cartellone di iniziative promosso dall'Arciconfraternita di Maria SS. del Carmelo, Porte aperte al Carmine Vecchio.
Il programma di iniziative è intenso e significativo, e un plauso sincero va all'Arciconfraternita e al suo Priore, l'ing. Luigi Amoroso, per il coraggio con cui propongono arte e cultura in un contesto urbano quanto mai degradato, pur essendo ubicato nel borgo settecentesco.
La mostra di Sepalone è bella e sorprendente. Più che soffermarsi sugli aspetti architettonici delle Chiese o sulle manifestazioni religiose che costituiscono l'oggetto delle sue fotografie, Sepalone preferisce indugiare e raccontare i dettagli, alcuni dei quali sono davvero stupefacenti, come nello scatto che illustra il post, che mostra in modo originalissimo la celebre Processione delle Catene a Troia.
Alla cittadina del Rosone sono dedicati anche altri inconsueti scatti ospitati nella Mostra: come una immagine del Crocifisso di Pietro Frasa, di rara suggestione, e una fotografia dedicata a San Basilio, che è una delle più antiche chiese della Capitanata.
Domani, 12 dicembre, alle ore 17.00, all'Università del Crocese di viale Candelaro, si inaugura invece Quartieri. Dalle chiese, l'obiettivo di Michele Sepalone si sposta alle strade, ai vicoli e alle piazze di Borgo Croci e di Rione Candelaro, per regalare ai visitatori suggestioni ed emozioni che spesso sfuggono agli sguardi affrettati con cui guardiamo quotidianamente alla città.
Michele racconta una periferia che non t'aspetti, ricca di vita e di suggestioni confermando la sua squisita capacità di guardare oltre le cose.
La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 13.00, e il martedì e giovedì pomeriggio, dalle 16.00 alle 18.00.

sabato 9 dicembre 2017

Antonio Salandra, il modesto borghese che veniva da Troia (di Antonio Gelormini)

Da troiano trapiantato a Bari, ho avuto modo di ricordare l’illustre concittadino Antonio Salandra in occasione della ripubblicazione di alcune pagine del Corriere delle Puglie di Martino Cassano, tra cui quella significativa del 24 Maggio 1915: il giorno che l’Italia entrò nella Grande Guerra.
Non certo per la sciagurata rievocazione di una scelta rivelatasi più tragica e ben più drammatica di quanto si potesse immaginare, nell’illusione che il conflitto stesse volgendo al termine. Quanto per evidenziare quell’anomalia, tutta italiana, d’essere tra i pochi Paesi - se non l’unico - ad avere, quasi in ogni città, una via dedicata al giorno di entrata in guerra: il XXIV Maggio.
Grato, tra una serie di motivi di carattere storico e identitario, di avallare - con la forza del documento e della cronaca giornalistica - l’ipotesi sostenuta in occasione della pubblicazione dell’E-book “La Recluta e il Primo Ministro - Tommaso Fiore e Antonio Salandra nella Grande Guerra” - LB Edizioni, 2015 di una lettura del discorso in Campidoglio, tenuto dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, il troiano Antonio Salandra, attraverso la lente di quella sana pratica di paese rappresentata dallo “sberleffo”. In questo caso verso le potenze Imperiali europee.
Un sassolino “fastidioso” che sin dal Congresso di Vienna (1814-1815), con l’allocuzione del Principe Klemens von Metternich, diventata dispregiativa nelle cronache del quotidiano napoletano “Il Nazionale”: “L’Italia è un’espressione geografica”, aveva continuato a martoriare i passi di un  Paese “sovrano”, che inconfutabilmente - insieme e talvolta più di altri - aveva comunque segnato la storia dell’intera Europa.
Una contesa con l’Austria-Ungheria che rimarrà nell’evoluzione delle cose e che conoscerà nel tempo diverse forme di declinazione: la maggior parte delle quali risoltesi - alla fine - sempre a favore del fronte italiano. Ivi comprese quelle di gloria  più moderna sui campi in erba del football.
Anche quel 24 Maggio 1915 dall’Impero Austro-Ungarico proveranno ad irridere un’Italia rea - ancora una volta - di “tradimento”, dando vita a una sorta di sit-comedy sulla consegna formale della Dichiarazione di Guerra, in uno dei momenti forse più drammatici per la storia dell’Europa.
Una dichiarazione che rischia di rimanere per strada, dato che l’Austria - ben sapendo che piega stavano ormai prendendo decisioni ed eventi - interrompe le comunicazioni telegrafiche con l’Italia, in un giorno festivo (con Ministeri e Ambasciate chiusi) e con un Ministro degli Esteri dimissionario (il Barone Stephan Buriàn).
Orgoglio nazionale ferito e arte sopraffina dell’eloquio, maturata nei templi popolari della dialettica di piccolo paese, daranno la stura al famoso discorso che segnerà l’Intervento italiano, in un periodo storico tutto teso verso l’Azione, in cui il Neutralismo era diventato sinonimo di “vigliaccheria”.

Rileggere la figura storica del pugliese Antonio Salandra, protagonista del periodo storico in esame, che resta - insieme a Aldo Moro - uno dei due unici Presidenti del Consiglio pugliesi avuti fino ad oggi dal Paese, censurandone limiti e imperizie, ma rivalutandone spessore culturale e azione politica, oltre alla produzione accademica, dovrebbe essere esercizio comunitario - finora in verità piuttosto trascurato -  per quello che rimane, comunque, un autentico “patrimonio” per la sua città natale Troia, quella adottiva Lucera e per l’intera Puglia. (ag)
* * *
Antonio Salandra,
il “modesto borghese”

di Antonio V. Gelormini

Radici meridiane e formazione culturale liberale erano i pilastri su cui poggiava l’impegno intellettuale e la militanza politica di Antonio Salandra (Troia, 1853 - Roma, 1931). L’homo novus (Arturo Labriola) che dalle colline del Subappennino Dauno, come Enea, era approdato da Troia a Roma. E che l’imponderabile, nonché inevitabile, corso della Storia portò - in quel glorioso Campidoglio - ad essere “Episcopus laico”, del dramma collettivo nazionale, che animò il primo quarto del XX secolo con la Grande Guerra.

Il Foggia ricomincia da Stroppa. E non può fare diversamente.

Da quando Mazzeo s’è fatto male, il Foggia non segna più, e la classifica diventa sempre più preoccupante. I satanelli tornano da La Spezia con la terza sconfitta di fila, che li fa precipitare al penultimo posto in classifica in condominio con Ternana e Pro Vercelli, e quindi in piena zona retrocessione.
La sola certezza emersa dalla triste e piovosa serata spezzina è che Stroppa non si tocca, come la società ha fatto chiaramente intendere negli spogliatoi nel post-partita, e va bene così, perché ormai è chiaro che la frittata è stata fatta nell’inconcludente mercato estivo e che la sola speranza di cavare il ragno dal buco sta proprio nelle mani del mister.
Che ieri ha fatto quanto poteva nel tentativo di non tornare dalla Liguria a mani vuote, e poteva ampiamente riuscirci se non fosse stato per la magia di Gilardino che ha procurato la rete vittoria ai padroni di casa (con la complicità della solita distrazione difensiva) e per un paio di gravi errori di mira degli attaccanti rossoneri.
Se pari fosse stato, il merito sarebbe andato tutto a Stroppa che ha capito che non si può giocare con il 4-3-3, ovvero con due ali, se poi non hai un finalizzatore al centro dell’attacco, e ha schierato un prudente 3-5-2 che ha imbrigliato i padroni di casa e non gli ha consentito granché, oltre al gol partita.
Le statistiche danno ragione a chi dice che un pareggio sarebbe stato il risultato più giusto: 54 contro 46% il possesso palla a favore del Foggia, 9 i tiri (ma uno solo nello specchio della porta) dei Satanelli contro i 4 (2 in porta) dello Spezia, 8-4 i calci d’angolo per i rossoneri.

venerdì 8 dicembre 2017

In regalo la più antica Novena di Natale incisa sul disco (un secolo fa!)

La novena di Natale è un antico canto popolare, narrativo, che un tempo accompagnava le preghiere dei fedeli ed i culti religiosi nei nove giorni che precedevano la ricorrenza della nascita del Salvatore. Era eseguita per lo più dai suonatori girovaghi di zampogna e di ciaramella, che andavano a “portare la Novena”: per nove giorni consecutivi si recavano nelle case con i cui padroni si erano accordati suonando le melodie e cantando i testi della Novena natalizia (le Novene erano infatti due, l'altra veniva eseguita per la festa dell'Immacolata).
Il compenso pattuito con i padroni di casa veniva riscosso dai suonatori l'ultimo giorno della novena. A tal fine, gli zampognari lasciavano nelle case in cui si recavano nel loro tour, un cucchiaio di legno, come garanzia che sarebbero tornati a "portare la Novena".  
Quella che Lettere Meridiane offre oggi in regalo ad amici e lettori è probabilmente la più antica delle Novene di Natale che sia mai stata incisa su disco. Sono anonimi sia gli autori che gli esecutori: la melodia ed il canto sono però struggenti e la magia della vecchia incisione contribuisce ad aumentare l'incanto e la suggestione.
L’incisione risale a quasi un secolo fa, al 1920. Il recupero e la digitalizzazione si devono ai volontari che operano nell’ambito di archive.org il più grande archivio digitale in rete del mondo, e che stanno curando la digitalizzazione di vecchi 78 giri e perfino dei cilindri che rappresentarono,prima della invenzione dei dischi microsolco in vinile, i primi dispositivi di registrazione e riproduzione sonora fu.
Per ascoltare il brano cliccate qui. Per scaricarlo, cliccate invece qui.
Se la cosa vi piace, state in campana, perché nei prossimi giorni il blog regalerà un’intera collezione di melodie e canti natalizi tratti da vecchi dischi di vinile o cilindri. E non solo: Lettere Meridiane regalerà tutti i giorni gadget sul tema natalizio. Per non perdere neanche un'opportunità, seguite quotidianamente il blog oppure iscrivetevi alla pagina Facebook di Lettere Meridiane, cliccando su “Mi piace”, direttamente sulla pagina).

giovedì 7 dicembre 2017

La prima dell'Andrea Chénier a Milano: come Giordano conquistò l'Italia musicale

“Scrivendo su queste colonne — da poco meno di due anni, ormai — m’è accaduto poche volte di intitolare una recensione teatrale colla parola successo: poche volte m’è occorso di non dover scemare la importanza dell’esito lusinghiero d’un’opera, esaminandone il suo valore intrinseco. 
Ebbene, oggi mi trovo dinanzi ad uno di questi casi lieti. Andrea Chénier ha avuto un successo dei più schietti e dei più meritati che si possano ottenere. Con compiacenza lo registro ora, rallegrandomi di cuore col maestro Giordano, che s’è rivelato un forte, un valente musicista: la sua opera ha un valore reale, un’ importanza innegabile, e in questi tempi, dopo tanti tentativi falliti, dopo tante speranze deluse, il cuore s'allarga nel sentirla.”
Con queste parole, nel numero del 29-30 marzo 1896, il critico teatrale del Corriere della Sera recensì l’Andrea Chénier, rappresentata la sera precedente, in prima assoluta alla Scala di Milano. Si trattò di un successo strepitoso che consacrò il musicista foggiano,  proiettandolo nel firmamento del melodramma e della scuola verista.
Stasera, in occasione del 150° anniversario della nascita di Umberto Giordano, Milano rivivrà l’indimenticabile serata del 28 marzo 1896. Alla rappresentazione dell’Andrea Chénier è infatti dedicata l’attesissima prima della stagione lirica della Scala (dalle ore 17.45, su Rai Uno).
Un successo che Milano tributò subito, senza esitazioni al Maestro foggiano, che scelse di vivere la sua vita proprio nella città lombarda. La recensione dello spettacolo sul Corriere della Sera, i cui critici erano piuttosto severi, decretò un successo senza precedenti.

I sapori della memoria | I "cuculi" fritti in onore della Madonna

Ipermercati e grandi magazzini hanno acceso da tempo le luminarie natalizie. Gli opinionisti sostengono che la progressiva anticipazione delle feste natalizie è l’ennesimo dazio da pagare alla civiltà dei consumi. Di questo passo, finirà che vedremo in giro le strenne e la slitta di Babbo Natale subito dopo Ferragosto.
In realtà, questo desiderio di anticipare l’atmosfera natalizia è presente anche in culture e civiltà tutt’altro che consumistiche, come quella contadina e bracciantile, che avvolge le nostre radici.
Accade a Cerignola, dove si entra nel tempo del Natale dal 21 novembre, festa della Bambinella, che coincide, nella tradizione della Chiesa cattolica, con la commemorazione della presentazione di Maria al Tempio, che celebra il giorno in cui i genitori portarono nel tempio Maria ancora bambina (aveva tre anni) consacrandola a Dio.
Per festeggiare la ricorrenza, a Cerignola, comincia il rito dei cuculi fritti, una specie di panzerotti. Potrebbero diventare un autentico monumento dello street food, se qualcuno si mettesse a produrli per la vendita, ma è molto difficile trovarne.

mercoledì 6 dicembre 2017

Don Tonino Intiso: "Grazie a Dio, per i miei 80 anni"

Don Tonino Intiso non smette mai di stupirmi, né di regalarmi preziose pillole di pensiero. Stamattina ci siamo sentiti al telefono, per scambiarci le impressioni sulla memorabile serata di ieri, la Messa di ringraziamento e di condivisione con cui il sacerdote ha celebrato assieme a confratelli, parenti ed amici il suo 80° compleanno.
Più che parlare della Chiesa di San Pasquale veramente gremita, della partecipazione intensa e commossa che ha accompagnato la celebrazione, don Tonino ha voluto richiamare la mia attenzione su un particolare. Del resto, come ama ripetere, è la cura e l'attenzione verso i dettagli che ti fa scoprire la pienezza della vita.
"Ieri sera è accaduta una di quelle cose che comunemente viene definita coincidenza, e che invece io credo siano segni della Provvidenza."
Nella profonda omelia di ieri sera, don Tonino ha evitato riferimenti alla sua pur ricca biografia, durata 80 anni: "Ringrazio delle cose buone che ho fatto il Signore. Se ci sono riuscito lo devo a lui, perché sono stato guidato dalla sua mano. Di mio ho fatto soltanto una cosa buona, tanti anni fa, alla stazione di Bologna. Era il viaggio che mi avrebbe portato in Seminario, e lì, a Bologna fui assalito dal dubbio, se tornare indietro a Foggia, o proseguire per Verona. Scelsi di continuare, e la mia vita non è stata più la stessa".
Don Tonino ha ricordato, sempre durante l'omelia, che un suo amico aveva dedicato a quell'episodio una bella poesia. Stamattina, al telefono mi ha detto che aveva cercato la poesia, senza però riuscire a trovarla.
Così ho capito subito quale fosse la coincidenza, anzi, il segno della Provvidenza.
A messa finita, ho visto che gli si avvicinava sorridente, per fargli gli auguri, proprio quell'amico poeta che poco prima don Tonino aveva evocato nella predica: Luigi Paglia, autore della poesia Lo snodo, che don Tonino aveva ricordato poco prima e che aveva inutilmente cercato per l'intera mattinata.
Luigi aveva tra le mani, fresco di stampa, uno dei suoi deliziosi "librini d'artista", intitolato Per i 4 volte 20 anni di don Tonino e contenente Lo snodo, la poesia.
Quando pensiamo alla Provvidenza, immaginiamo una forza soprannaturale in grado di smuovere le montagne e di cambiare il corso della storia. È così, ma non solo. Più spesso la Provvidenza sta dietro certi piccoli momenti, certe piccole gioie quotidiane, come il ritrovare le parole, e il sorriso di un amico.
Domani Lettere Meridiane pubblicherà il video integrale dell'omelia di don Tonino. Ma eccovi già oggi un paio di assaggi significativi della intensa giornata di ieri:


Potete scaricarle cliccando sui relativi collegamenti.

domenica 3 dicembre 2017

La memoria oltraggiata: a rischio l'ultima fossa granaria di Foggia

«Nessun luogo avrebbe più diritto d'esser chiamato Monumento nazionale», scriveva nel 1934 Giuseppe Ungaretti, davanti allo spettacolo del Piano delle Fosse a Foggia. Il poeta era rimasto folgorato da quella che definì «strana potenza», emanata dalla  «piazza ovale che non finisce più, tutta sparsa di gobbe, sconvolta, secca, accesa di polvere».
A colpire Ungaretti era stato il valore simbolico, quasi archetipico, di quel posto: «Ho visto cose antiche, nessuna m'è sembrata più antica di questa, e non solo perché forse il Piano c'era prima di Foggia stessa, come fa credere la curiosa analogia fra "Foggia" e "fossa", ma questo alveare sotterraneo colmo di grano mi riconduce a tempi patriarcali, quando sopraggiungeva un arcangelo a mostrare a un uomo un incredibile crescere e moltiplicarsi di figli e di beni. Nessun luogo avrebbe più diritto d'essere dichiarato Monumento Nazionale».

Top ten TripAdvisor 2017: maluccio la Puglia

Il brand Puglia annaspa, almeno per quanto riguarda il gradimento di turisti e visitatori. Nelle "scelte dei viaggiatori" 2017 di TripAdvisor, il più popolare e importante portale turistico del mondo, la presenza del Tacco dello Stivale è marginale, e questo dato non è compatibile con la vision di una regione che affida alla valorizzazione della sua identità e al turismo una parte significativa delle sua opzioni di sviluppo.
La marginalità pugliese nelle classifiche di TripAdvisor dovrebbe far squillare un campanello d'allarme, in quanto le graduatorie vengono compilate sulla base delle scelte e dei giudizi dei turisti, e che investono le qualità dei diversi fattori turistici: le destinazioni, gli esercizi, le attrazioni, ecc. 
La Puglia è del tutto assente dalla top ten delle destinazioni italiane più amate, nella cui classifica primeggiano le grandi città d’arte: in cima c'è Roma (che è anche la sola città italiana compresa nella top ten internazionale, quarto posto mondiale, davanti a New York), quindi Firenze, Venezia e a sorpresa Sorrento, davanti a Milano.
Nella top ten la sola regione meridionale presente è la Campania: con Sorrento figurano in lista Positano, Napoli e Isola d’Ischia.
La Puglia è sorprendente assente anche nella top ten delle spiagge italiane, nella cui classifica primeggiano la Sicilia e la Sardegna. Assenza totale anche nelle scelte dei turisti che riguardano i migliori ristoranti.
Le cose vanno appena un po’ meglio per quanto riguarda la classifica dei migliori hotel: al 22° posto c’è un esercizio salentino, l’Hotel Belvedere di Torre dell’Orso.  Il Salento è presente anche nella graduatoria dei piccoli hotel: 25° posto alla Masseria Cervarolo di Ostuni, mentre la provincia di Foggia si affaccia nella classifica che riguarda gli hotel per famiglia: al 25° posto c’è il Villaggio Club Albatros di Marina di Lesina. Nessun esercizio pugliese figura, invece, nella top 25 degli alberghi che offrono le tariffe più convenienti,  così come in quella degli alberghi di lusso, degli alberghi romantici e degli alberghi che offrono il miglior servizio, in cui sono largamente rappresentate Campania e Sicilia.
Dove la Puglia marca la presenza più significativa è nella classifica dei B&B: tra i primi 25 esercizi figurano ben 4 pugliesi. Al 7° posto c’è il Bed and Breakfast Navicri di Vieste seguito, all’8°, dal Leonardo Trulli Resort di Locorotondo, quindi al 14° il Clamarema di Melendugno, al 16° il Luxury B&B Villetta Carra sempre di Melendugno.

sabato 2 dicembre 2017

Foggia, altra batosta casalinga. Ma perché tenere Sarno fuori rosa?

La mesta uscita dal campo dei giocatori rossoneri
Inutile (e pericoloso) illudersi. Di questo passo si finisce dritti dritti in Lega Pro. La terza sconfitta interna (1-3 col Cittadella) ha messo a nudo tutti i limiti di questo Foggia, autorizzando pesanti perplessità perfino sulla possibilità che il mercato di riparazione riesca correggere i difetti strutturali di questa squadra, costruita malissimo in estate. Anzi per chiamare le cose con il loro nome, una squadra più improvvisata che non costruita sulla sulla base di un progetto vero e proprio.
Paradossalmente il mercato estivo non solo non l'ha rinforzata ma l'ha addirittura indebolita rispetto a quella della scorsa stagione e perfino rispetto a quella di due stagioni fa allenata da De Zerbi.
La verità nuda e cruda è amara e impietosa: troppi giocatori rossoneri non sono da serie B, e il Foggia paga troppi errori di approssimazione e di presunzione.
La classifica non è ancora disperata. Ma il Foggia è ormai impigliato nei bassifondi della classifica, un solo punto sopra la zona retrocessione diretta, con tutti i rischi che ne conseguono.

Foggia come non l'avete vista mai

Questa volta si è veramente superato Fabrizio "Jamie" De Lillo, il giovane videoblogger foggiano che ha ripetutamente deliziato internauti ed amici e lettori di Lettere Meridiane, con i suoi video che mostrano Foggia e i centri della Capitanata ripresi dall’alto con ausilio del drone.
Nell'ultima opera, il suo sguardo sembra cambiare prospettiva, e avvolge veramente a trecentosessanta gradi gli angoli più belli e suggestivi di una Foggia inedita, bella, avvolta da una luce magica.
After movie - This is our city, deriva il titolo da una nuova tecnica di ripresa e montaggio dei video, l'aftermovie, costruito mettendo in sequenza immagini di musica e gente durante uno spettacolo. In questo caso, lo spettacolo è Foggia stessa. Dicendoci che This is our city (questa è la nostra città), Fabrizio ci guida in un viaggio intenso, facendoci scoprire una Foggia veramente mai vista, inaspettata.
Quattro minuti e mezzo di pura emozione, ma anche di riprese e di montaggio di alto livello.
De Lillo è sempre meno un ragazzo che gioca con la tecnologia, e sempre più un (promettente) autore di cinema. Il drone diventa la protesi per uno sguardo sulla città veramente originale, che ci permette di scoprire una dimensione nuova di Foggia.
Particolarmente suggestive (e inedite) le immagini degli interni e degli esterni della Cattedrale, della Fontana del Sele, ripresa perpendicolarmente alla superficie stradale, e la panoramica circolare, a trecentosessanta gradi (tecnicamente questo tipo di ripresa si definisce carrellata, ma in questo caso la macchina da presa non gira su un carrello, ma sulle eliche del drone) che parte proprio dal centro di piazza Cavour spaziando su Foggia, adagiata nel Tavoliere.
E allora, eccovi Foggia, la nostra città, come non l’avete mai vista. Amatela. Condividete il film di Fabrizio, che potete vedere qui sotto.


venerdì 1 dicembre 2017

Migranti, non solo numeri e sbarchi, ma persone e storie

Raramente un film mi aveva fatto sentire uno spettatore inadeguato come l'ultimo documentario di Antonio FortarezzaLe barche sono come i corpi: testimonianze di viaggio migrante.
L'ho visto oggi pomeriggio, nell'aula magna dell'Ateneo, dove l'opera del filmaker foggiano, prodotto con il sostegno della Caritas della diocesi di Foggia, ha introdotto i lavori dell'importante due giorni che il Dipartimento di Giurisprudenza dell'ateneo foggiano sta dedicando al tema Politiche migratorie, protezione internazionale e lavoro (ne parlerò in un un'altra, specifica lettera meridiana).
Non era la prima volta che Antonio mi sorprendeva, ma questa volta lo spiazzamento è stato totale.
Il documentario racconta - o più precisamente fa raccontare - le storie di donne ed uomini africani ospiti del Centro di accoglienza straordinaria di Foggia in attesa di essere avviati, se saranno fortunati, allo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero dell'Interno.
Il film ribalta la prospettiva con cui generalmente i media si occupano del problema: più che di sbarchi e di numeri, parla delle persone e del loro vissuto, delle ragioni che li hanno spinti a mettersi in viaggio, a rischiare la vita.
Alle spalle di tutti c'è la voglia, l'urgenza, la necessità di scappare, e non solo dalle guerre, quelle letali guerre africane di cui mass media occidentali si occupano poco o niente.
Si scappa anche dalla fame, dalla violenza sistematica esercitata dagli uomini sulle donne, costrette a sposare chi vuole il padre padrone, infibulate, oltraggiate nella loro dignità. Oppure si scappa semplicemente per cercare un altrove e un altrimenti. Per esercitare l'inalienabile diritto alla speranza di ogni creatura umana.
La forza del documentario di Fortarezza sta proprio nel suo "far raccontare" più che raccontare. Non c'è alcuna mediazione estetica tra la testimonianza in presa diretta e la macchina da presa, per lo più concentrata sul viso delle persone intervistate. Sguardi di donne e di uomini che incontrano lo sguardo dello spettatore, mai così impotente, mai così confuso.
Solo fatti, nudi fatti senza commenti ed opinioni. Ma tanto basta a mandare in frantumi tutti gli stereotipi sulla questione migranti: come la distinzione tra migranti forzati e migranti economici, o come l'idea che si tratti di un'emergenza, da affrontare con strumenti di emergenza o da derubricare a problema d'ordine pubblico.
Le migranti ed i migranti di Antonio Fortarezza parlano dritto al cuore. Commuovono. Spiazzano. E fanno intendere, chiaro e forte, che il problema non sono loro: il problema siamo noi.
I migranti interpellano le nostre coscienze, le mettono in crisi. E come succede con ogni bel film, Le barche sono come i corpi parla un linguaggio universale, capace di trascendere il tema in sé.
Non si tratta soltanto di accoglienza, di integrazione, ma della nostra vita, di come la viviamo. Delle nostre certezze e di come e quanto siamo disposti a metterle in discussione.
Mai come in questo film, lo sguardo dell'autore si colloca "ad altezza di occhi" come quello degli angeli sopra Berlino di Wim Wenders. Ma è per volare alto. Molto in alto.

giovedì 30 novembre 2017

Gli ottant'anni di don Tonino Intiso

Compie ottant’anni don Tonino Intiso, il sacerdote che ha fatto dell’osare più solidarietà la mission della sua vita.
L’evento sarà celebrato con una Messa di condivisione e di ringraziamento alla quale don Tonino invita a partecipare tutti quanti vogliano “condividere la gioia del dono della vita”. “Consapevole di non essere in grado di lodare e ringraziare degnamente il Signore per il dono dell’esistenza, chiedo, invitandovi, la “Solidarietà condivisa” di cuore e di presenza, nell’invocazione a Cristo di far sua la nostra lode ed offrirla al Padre nella celebrazione del suo mistero d’amore (morte e resurrezione)”, ha scritto don Tonino nell’invito a partecipare alla Messa, che rivolge a tutti quanti “hanno condiviso e resa feconda e gioiosa l’esistenza dei miei 80 anni, e ai quali rivolgo un sentito e affettuoso ringraziamento.”
La funzione religiosa si svolgerà nella Chiesa di San Pasquale, alle ore 19.00 del 5 dicembre 2017, giorno dell’ottantesimo compleanno del sacerdote, nato a Troia il 5 dicembre 1937, terzo di sei figli, dal papà Michele e dalla mamma, Bianca Lombardi, e battezzato sempre a Troia l’8 dicembre 1937 (“giorno della mia nascita a figlio di Dio”) per mano di padre Giuseppe Dardi, comboniano.
Formatosi presso gli istituti missionari comboniani di Troia, Sulmona e Firenze e il Liceo Bonghi di Lucera, don Tonino ha frequentato l’Istituto Teologico “S.Zeno” presso il Seminario maggiore di Verona. 
Ordinato sacerdote il 3 aprile 1969 nella Cattedrale di Foggia da mons. Giuseppe Lenotti, è stato per molti anni segretario di questo indimenticabile Vescovo, distinguendosi per l’impegno e la passione con cui ha interpretato lo spirito del Concilio Vaticano II.
Dopo gli incarichi diocesani di assistente dei Maestri cattolici e dei Giovani di A.C., di segretario del Vescovo, di incaricato OVE, di segretario dell’Ufficio Pastorale, di delegato per la Pastorale Scolastica, nell’ottobre del 1975 venne nominato Parroco dell’allora nascente Parrocchia del SS. Salvatore. Una circostanza, quella di lavorare in contesti di periferia o a contatto con gli ultimi, che si è frequentemente verificata nella sua vita sacerdotale.
Dal 1989 al marzo '95 è stato direttore della Caritas Diocesana.

mercoledì 29 novembre 2017

Gargano e Daunia in vetrina al Motorshow di Bologna

Gargano e Daunia protagonisti al MotorShow di Bologna, grazie ad una bella iniziativa del portale Gargano e Daunia, che ha raggiunto un accordo di co-marketing con Ford Racing, il team agonistico della Ford in Italia, in virtù del quale sarà possibile pubblicizzare le offerte turistiche della provincia di Foggia mostrandole ai visitatori (se ne stimano almeno 800.000) della popolarissima manifestazione fieristica bolognese.
Gargano e Daunia favorisce l’incontro tra l’offerta e la domanda turistica attraverso l’innovativa piattaforma Flywheel, che consente alle aziende aderenti di mettere in vetrina i loro pacchetti e i loro prodotti, e al turista di vivere una vacanza a trecentosessanta grandi, vivendo al meglio tutte le potenzialità offerte dal territorio. Un territorio che, quando si parla di Gargano e Daunia, ha veramente tante cose da mettere in campo.
La vision di Gargano e Daunia è tra le più innovative, ed è fondata sull'idea di marketing territoriale integrato, con una rete di aziende, associazioni, guide che disegnano un'offerta turistica non convenzionale.
L’accordo raggiunto con Ford Racing ha una valenza strategica dato il grande richiamo del MotorShow, che aprirà i battenti il 2 dicembre, per chiudere il 10.
Adesso il resto deve farlo il territorio: Gargano e Daunia mette a disposizione delle aziende del settore turistico interessate i suoi strumenti di promozione. A tal fine, è possibile chiedere gratuitamente le credenziali per poter inserire i pacchetti turistici proposti (assieme ai contatti diretti della struttura) e gli  eventi che potranno così essere visti dai visitatori della manifestazione motoristica bolognese.
La speranza è che il tessuto turistico della Daunia risponda  compatto a questa opportunità. In ogni caso, chiunque può contribuire alla rete di "buone iniziative" inserendo nel portale i relativi dati. Le credenziali, unitamente al vademecum che spiega come utilizzare al meglio la piattaforma, possono essere richieste a info@garganoedaunia.com.

martedì 28 novembre 2017

31 maggio 1943, il sacrificio di Diego Foschi

Mettiamola così: le vittime dei bombardamenti della tragica estate del 1943 sono state di gran lunga inferiori alle 22.000 vittime stimate dal Comune di Foggia. E questo lo si sapeva già. Ma sono senz'altro di più, molte di più della cifra ufficiale che venne certificata dopo la guerra, dall'Istat.
La laboriosa, certosina ricerca che Maurizio De Tullio, bibliotecario, giornalista e scrittore sta conducendo con la Biblioteca Provinciale di Foggia sta dando risultati importanti.
Le vittime finora accertate, con nome e cognome, sono 1780 (cifra che andrà epurata da soldati tedeschi, morti per altre ragioni, ecc.): che sono quasi il triplo delle 607 stimate dall'Istat. Istituto Nazionale di Statistica che - possiamo dunque dirlo con certezza - prese una solenne cantonata.
L'aspetto più interessante della ricerca di De Tullio è che non è solo numerica o quantitativa: associa al numero il nome e il cognome della vittima, recuperando pezzi reali di memoria storica.
Sarebbe bello associare al nome dei caduti anche la storia della loro vita, improvvisamente spezzata dalle bombe alleate. Credo verrebbe fuori qualcosa di epico, una sorta di moderna Iliade.
Qual dramma che appartiene ormai alla memoria racconta ancora oggi storie bellissime, pur nella loro tragicità. Come quella che Alfonso Foschi ha voluto condividere con amici e lettori di Lettere Meridiane (che hanno avuto già modo di apprezzare le sue lucide riflessioni meridionalistiche, pubblicate qualche giorno fa). È la storia dell'ultimo giorno di vita di suo padre Diego, sottufficiale in pensione della Guardia di Finanza, di San Severo, che si trovava a Foggia quel fatidico 31 maggio 1943. Allora Alfonso aveva solo otto anni.
È una storia atroce di guerra, ma anche di pace e di speranza, come scoprirete se avrete la pazienza di leggerla fino in fondo.
Maurizio non aveva tra i suoi nomi e le sue storie quella di Diego Foschi, persona e galantuomo d'altri tempi, caduto mentre faceva il suo dovere, per sbrigare le pratiche dell'Associazione che presiedeva, per dare una risposta alle persone che avevano risposto fiducia in lui.
Un altro granello di memoria e di verità, del quale ringrazio suo figlio Alfonso, che mi ha inviato il ritaglio dell'articolo originale, che scrisse, con il titolo Foggia 31 maggio 1943, per la Gazzetta di San Severo, nel lontano 2002.
* * *
Nella primavera del 1943 l'importante nodo ferroviario di Foggia e il vicino aeroporto militare ricevevano spesso la poco gradita visita dei bombardieri anglo-americani.
In quel periodo, mio padre, Diego Foschi, Maresciallo Maggiore in pensione della Regia Guardia di Finanza, si recava spesso a Foggia per ragioni di servizio: istruire e seguire pratiche per i soci dell'ANFI di Sansevero che oggi porta il suo nome.
Già da qualche giorno i miei familiari, in considerazioni del pericolo bombardamenti, tenevano a freno mio padre che tuttavia era sempre più preoccupato per l’ammucchiarsi delle pratiche tanto che un bel mattino decise di partire per Foggia.
Ricordo ancora quell’ultimo fuggevole bacio, nonostante avessi solo otto anni e oggi quasi settanta; fuori era ancora buio quando nel dormiveglia avvertii la presenza di mio padre che bisbigliava qualcosa all'orecchio della mia sorella maggiore Romana che divideva con me la stessa stanza.
In segreto mia sorella raccontò che mio padre le diede disposizioni per il pranzo e la cena del giorno (in quei tempi di guerra problema quotidiano di non facile soluzione): in cucina c'erano delle fave secche messe a mollo la sera precedente e sulla scrivania qualche lira per le altre necessità della giornata.
Dopo le raccomandazioni di rito, mio padre baciò prima mia sorella, poi me, quindi, mentre mi risistemavo tra le coperte, lo sentii scendere per le scale, aprire il portoncino e rinchiuderlo alle spalle.
Non varcò più quella soglia, né rifece più quelle scale; aspettammo invano quella sera e le sere seguenti il suo ritorno. Foggia quel 31 maggio del 1943 subì il più devastante bombardamento della guerra e tra le numerose vittime ci fu anche mio padre. Nessuno dei miei familiari potè in quei giorni recarsi a Foggia a cercarlo, vivo o morto.
I fratelli maggiori erano sui vari fronti di guerra e le sorelle furono trattenute a casa da mia madre.
Fu, invece, un amico di famiglia, il generoso e compianto avvocato Peppino Stampanone che, sfidando le bombe, si recò a Foggia con mezzi propri, riportandoci poi la notizia dell’avvenuta morte di mio padre, il numero della fossa del cimitero di Foggia, il portafoglio con i documenti.
Si diceva in paese che mio padre uscisse abitualmente con il cappello e col bastone, sostasse spesso in Piazza davanti al “Perugina” e che, quando passava un funerale (anche dì uno sconosciuto), si alzasse, si togliesse il cappello e si accodasse al corteo funebre seguendolo per un tratto.
Ebbene quel 31 maggio del ‘43 egli uscì senza cappello e senza bastone, pronto per la fossa, e al suo funerale non ci fu nessuno, né familiari, né parenti, né amici, ma solo affaccendati becchini.
Un’ultima considerazione da sottoporre in particolare alla riflessione dei giovani d’oggi; probabilmente fu un pilota inglese in quel lontano giorno a sganciare la bomba che uccise mio padre, oggi, 2002 mia figlia Giorgia è sposa felice di un ufficiale pilota inglese della Royal Navy e Carlotta, la mia nipotina, è suddita di sua Maestà Britanica...
Alfonso Foschi

De Zerbi punge Gattuso: "Spero che domenica non abbia la borsa di ghiaccio in testa"

L'alterco tra De Zerbi e Gattuso durante Foggia-Pisa
Le vie del calcio, così come quelle del destino, seguono a volte percorsi imperscrutabili, che neppure lo sciamano più navigato se la sentirebbe di preconizzare.
Cinquecentotrentanove giorni dopo quella fatidica partita di ritorno dei play off che si disputò allo Zaccheria, Roberto De Zerbi e Rino Gattuso si ritroveranno domenica prossima l’uno di fronte all’altro, in serie A, in un match dai risvolti drammatici, che potrebbe pesare come un macigno sulla carriera dell’uno o dell’altro. Se qualcuno lo avesse predetto soltanto un paio di mesi fa, gli avrebbero dato del matto.
Il 12 giugno di due anni fa, l'incontro ravvicinato tra i due tecnici allo Zaccheria finì come i tifosi rossoneri non dimenticheranno mai. Il Foggia di De Zerbi affrontava il Pisa di Gattuso nella finale di ritorno dei play off, dopo che i nerazzurri si erano sorprendentemente imposti per 4 a 2 nel match di andata.
I satanelli sognavano la rimonta, ma nel doppio confronto con i toscani niente andò per il verso giusto: errori difensivi, fragilità psicologica, la dea bendata tutt’altro che benigna, e il mister che aveva incantato l’Italia di Lega Pro vincendo a mani basse la Coppa Italia qualche mese prima, fu costretto ad incassare la più cocente delle delusioni.
Per Gattuso sembrarono aprirsi le porte del paradiso, per De Zerbi quelle del purgatorio.

lunedì 27 novembre 2017

Zappo la terra e me ne vanto

Esporre uno striscione in cui si rimarca il fatto di essere abitanti del capoluogo regionale, così come hanno fatto ieri al San Nicola i tifosi biancorossi appare francamente riduttivo, di dubbio gusto e forse anche un tantino provinciale.
Hanno forse dimenticatoi i nostri cugini corregionali, che “se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”?  Avrebbe senso uno striscione in cui i tifosi romani fanno presente a quelli del Frosinone che sono loro quelli del capoluogo?
L'essere capoluogo, così come l'essere capitale, è questione di carisma e non solo di geografia.
Lo striscione esibito nella curva biancorossa denota una caduta di stile, che tuttavia è particolarmente rivelatrice del modo di pensare dei baresi verso i loro corregionali pugliesi.
Il problema è che questo modo di intendersi cittadini del capoluogo regionale piuttosto che pugliesi, non riguarda soltanto l'universo pallonaro ma un po' tutta la sfera pubblica.
Col risultato che la Puglia soffre più di altre regioni italiani di fermenti scissionistici. Il derby tra i diversi territori non è un evento soltanto sportivo: è un fenomeno quotidiano.
Non sarà anche per siffatti atteggiamenti, che le Puglie ancora non riescono a diventare la Puglia, e i pugliesi non riescono a sentirsi cittadini del medesimo territorio?
Per carità di patria, tralascio di commentare la bomba carta di matrice foggiana che ha provocato il ferimento di uno steward così come la scritta che invitava i foggiani a zappare la terra, vergata da mano ignota e fatta cancellare dall’assessore comunale Petruzzelli, poco prima del derby.

Liberismo o piuttosto feudalesimo? (di Michele Eugenio Di Carlo)

L'intervento di Vincenzo Concilio sul blog di Geppe Inserra, Lettere Meridiane, pubblicato il 19 novembre, introduce temi poco frequentati e desueti negli ultimi tempi (almeno nel mondo occidentale), quali colonialismo, geopolitica, imperialismo; quasi considerati tabù in una società in cui il consumismo sfrenato e il capitalismo senza regole dettano legge, orientando la politica e dirigendo i media col silenzio attivo di un’intellettualità quasi sempre subordinata, se non complice.
In un contesto nel quale non è difficile filtrare vaghi umori dal sapore feudale, sotto le mentite spoglie di un liberismo mondano, si stenta persino a porre l’accento – non è di moda, nemmeno conveniente ai più - sulle ragioni storiche che hanno determinato l'attuale sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia e quello dei tanti sud del mondo. Sottosviluppo che è maturato, almeno in Italia, nutrendosi del protagonismo essenziale del blocco politico sociale conservatore-liberale, costituito dall'alleanza del capitale del nord con gli agrari del sud. Un’alleanza che ha determinato, sin dall’unità, una gravissimo pregiudizio sociale ed economico alle popolazioni del Sud, in gran parte rurali e destinate al patibolo dell’emigrazione; il tutto con la benedizione e il pentimento tardivo di grandi intellettuali meridionali come Giustino Fortunato e Benedetto Croce.
Parlarne significherebbe, perlomeno, cercare di capire come sia possibile che 3 consiglieri comunali di Foggia passino nella lega di un imprevedibile e irriverente Matteo Salvini, alla conquista di un Sud sempre troppo tollerante con i funambolici giochetti del teatrino della politica.

domenica 26 novembre 2017

Un paesaggio lunare alla periferia foggiana

Il bello (o il brutto, è questione di punti di vista) della Masseria Pantano è quello di rivelarsi diversa ad ogni stagione. In autunno inoltrato come siamo adesso, quando cadono le erbacce e la vegetazione spontanea che la circondano nelle altre stagioni, è possibile “ammirarla” in tutta la sua mole possente, che oggi fa triste mostra di se stessa, ridotta a rovine, assediata dal cemento dell’onnivora periferia urbana foggiana. Un urlo silenzioso, che annuncia un destino ormai segnato.
Fabrizio Jamie De Lillo, il videoblogger foggiano appassionato di droni, che tante emozioni ha regalato ad amici e lettori di Lettere Meridiane, sembra legato a questo luogo, magico e amaro, da un profondo, indissolubile cordone ombelicale.
Non riesce a staccarsene. Ritorna ogni volta. Ogni nuovo drone, ogni nuova videocamera, lo spingono a cercare altri e nuovi sguardi su questo pezzo di Foggia sta sta malinconicamente scomparendo, altre e nuove narrazioni. Ed ogni volta è una scoperta.
Nell'ultimo video dedicato alla Masseria, che potete vedere più sotto (un remake in alta risoluzione dei video già girati nella medesima location), lo sguardo di Fabrizio vola più alto del solito e si posa perpendicolarmente su Masseria Pantano regalandoci immagini che ricordano  un paesaggio lunare, se non fosse per quella periferia che di tanto in tanto spunta dai fotogrammi, come un pugno nello stomaco.
I colori autunnali si mescolano e si contaminano con quelli degli intonaci superstiti. Compongono malinconiche policromie del tempo andato. I tetti crollati evocano occhi ormai spenti, incapaci perfino di ricordare quelli che dovettero essere i fasti del passato di questo luogo che qualcuno vuole in qualche modo legato a Federico II.
D’origine incerta, secondo alcuni, parte dei materiali utilizzati per la costruzione potrebbe venire dalla regia massera imperiale che lo Svevo fece edificare nella vicina San Lorenzo in Carmignano, altro luogo simbolico della damnatio memoriae di Foggia.
Fabrizio giura che ogni volta che vi si reca, per lanciare alto il suo drone e riprendere la Masseria sui ruderi volteggia un falcone, volatile molto caro all'imperatore, che a Foggia scrisse il suo trattato sull'arte di cacciare con i falchi. Che sia il suo spirito, che si aggira malinconico, tra quei ruderi?
Ecco qui sotto il bel video di Fabrizio, sempre più bravo. Come sempre guardatelo, amatelo, condividetelo.

Tra Bari e Foggia vince l'arbitro

Alla fine, a determinare l’esito di un derby intenso e quanto mai equilibrato ci ha pensato l’arbitro. 34enne di Roma, Federico La Penna festeggiava al San Nicola di Bari la sua centesima partita, e non è stata certamente la sua migliore prestazione.
Il Bari ha sconfitto i satanelli di misura e soltanto al 92° grazie a un bel gol di Galano e alla sola disattenzione della difesa, che si è fatta trovare impreparata proprio in occasione dell’ultimo assalto biancorosso alla difesa rossonera.
La partita era stata però viziata almeno da due pesanti sviste dell’arbitro romano. Di quelle che, alle fine di un match possono influenzarne il risultato, e così purtroppo è stato.
Macroscopico quella commessa al 20’ del primo tempo quando Fedato riesce a puntare l'area barese dopo un abile palleggio e tira in porta. La palla viene intercettata in piena area di rigore dal difensore Gyomber che voltandosi colpisce il pallone con il braccio. È rigore netto, ma La Penna lascia proseguire, nonostante le proteste di Fedato e di Beretta.
L’azione è in effetti veloce, ed è difficile rilevare il fallo di Gyomber, che poi trae in inganno l’arbitro indicando di aver colpito il pallone con il petto. Circostanza, come dimostrano le foto qui a fianco, comunque impossibile, visto che quando è stato colpito dal tiro di Fedato, il difensore barese era girato di spalle. Nella foto che illustra il post si intravede appena il pallone (la macchia grigia che spunta tra braccio ed ascella di Gyomber): il tocco è inequivocabile e non è certo col petto, che risulta completamente libero.

sabato 25 novembre 2017

Il Parco si fa bello: opera d'arte a Parcocittà

Ogni opera d’arte che viene esposta pubblicamente e concorre a migliorare l’arredo urbano della città fa notizia.
Ma è ancora più meritevole di attenzione se succede in un angolo della periferia foggiana, come Parco San Felice, che fino a poco più di un anno fa era diventato il simbolo del degrado urbano e civile.
Prigionieri del mondo è il titolo dell’artistica scultura donata da Pasquale Pepe a Parcocittà, in occasione della festa che ha celebrato il primo anniversario della rinascita di Parco San Felice, grazie alla rete di associazioni che hanno promosso e che gestiscono Parcocittà.
Si tratta di una scultura particolarmente significativa, che rappresenta bene la cifra stilistica di Pepe, protagonista nelle scorse settimana di un’apprezzata mostra, proprio nella galleria di Parcocittà (ne ho parlato in questa lettera meridiana). Realizzata interamente in metallo, raffigura un globo terrestre stilizzato che racchiude i “Prigionieri del Mondo”: efflorescenze e piccole sfere che prorompono da sinuosi bracci di metallo, in un susseguirsi armonioso e plastico di movimenti, che fanno pensare ad un cuore che pulsa, che lancia al mondo un messaggio  di speranza e di pace.
L’opera è stata installata nel viale d’ingresso di Parcocittà: una gemma nel cuore della periferia foggiana, che una volta tanto si apre alla bellezza.
Bravo Pepe, bravi gli amici di Parcocittà.

La Moldaunia finisce nella Treccani

L’idea - o il sogno, fate voi - della Moldaunia, ovvero dell’annessione della Capitanata alla Regione Molise, suscita vivaci polemiche in provincia di Foggia, e c’è anche chi boccia questa ipotesi, con un certo disprezzo, derubricandola ad  una boutade.
Sull’argomento, ho sempre pensato che ci sarebbe invece la necessità di un confronto sereno e pacato. E su questa stessa lunghezza d’onda sembrano essere ambienti scientifici di primissimo piano, come E su questa stessa lunghezza d’onda sembrano essere ambienti scientifici di primissimo piano, come - nientepopodimeno che - la Treccani.
La versione on line dell’enciclopedia italiana per eccellenza pubblica, alla voce Daunia, un espresso riferimento alla Moldaunia. La voce si trova nella parte del sito della Treccani dedicata al Lessico del XXI secolo. Potete leggerla qui nella versione integrale.
Dopo aver ricordato che “il riconoscimento di una regione Daunia (parte settentrionale della Puglia con capoluogo Foggia) era stato già esaminato dall’Assemblea costituente italiana (1946-1948)” il redattore della voce rileva come le modifiche costituzionali introdotte nel 2001, con la Riforma del Titolo V della Costituzione, abbiano “determinato la riapertura di un dibattito tra i sostenitori della Daunia” (qui il termine viene evidentemente usato nella sua accezione di regione autonoma, distaccata dalla Puglia).
“Questi ultimi - si legge ancora nella enciclopedia - hanno elaborato due soluzioni: eludere il vincolo associandosi a una regione già in essere (Molise), oppure aggregare oltre alle province molisane anche quella di Benevento; potrebbere essere adottato il neologismo Moldaunia (anche per assonanza con coronimi noti, come Moldavia).”
Nelle prossime settimane, Lettere Meridiane dedicherà alcuni articoli al dibattito in seno all’Assemblea costituente, che vide sconfitta l’ipotesi della regione autonoma Daunia.

venerdì 24 novembre 2017

L'ultima Zemanlandia? Oggi varrebbe quanto il Bologna

Zeman nella stagione 2010-2011
Il calcio può anche essere una scienza esatta, quando si fa riferimento al valore finanziario di una rosa, e dei diversi giocatori che la compongono. Ma non sempre i dati di mercato coincidono col sentire dei tifosi. Così, se chiedessi agli amici e ai lettori qual è stata, a loro giudizio, la rosa più importante del Foggia del XI secolo, temo che ben pochi darebbero la risposta esatta.
Credo che la maggior parte delle risposte propenderebbe per il Foggia edizione 2015-2106, quello di De Zerbi e Iemmello, per intenderci. Oppure per la squadra di questa stagione, considerato che, dopo tutto, rappresenta il primo Foggia cadetto di questo secolo.
Invece no. Devo avvisarvi che parliamo di valore virtuale di una rosa, cioè di quello dato dal valore attuale dei singoli giocatori che la componevano quando giocavano nel Foggia in una certa stagione. Allora, siete pronti a dare la risposta? Siete ancora convinti che il Foggia più importante sia stato quello di De Zerbi, oppure di Stroppa?

giovedì 23 novembre 2017

Felice Caperdoni, quell'eroe oscuro e dimenticato, che salvò decine di vite foggiane

L'ex Banca d'Italia, teatro dell'eroico gesto del
generale Felice Caperdoni
Grazie alle preziose dritte di Tommaso Palermo, sono riuscito a ricostruire più dettagliatamente la storia umana e militare del generale Felice Caperdoni, protagonista a Foggia dell’eroico gesto di cui ho parlato in una precedente lettera meridiana.
Eccola, nella speranza di far cosa gradita agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane.
* * *
Una vita da soldato, quella vissuta dal generale. E da bravo soldato. Una vita intensa, drammatica, ma esemplare. Una vita da farci un film.
Nato nel 1889 a Bergamo, Felice Caperdoni si arruolò molto giovane nell’esercito come ufficiale. Non aveva neanche trent’anni quando prese parte alla Grande Guerra, con il grado di capitano. Per lui, tre medaglie al valore ed una ferita, rimediata in un’azione della Brigata “Macerata” sul fronte del Piave, a Castelnuovo.
Promosso tenente colonnello, partecipò alla Guerra di Libia, agli ordini del generale Rodolfo Graziani. Nella primavera del 1935, Felice Caperdoni venne ammesso agli “esperimenti” (una sorta di procedura concorsuale per il passaggio di grado) per la valutazione delle doti di comando.
La valutazione dev’essere stata positiva, se lo ritroviamo poi, nella Seconda Guerra Mondiale, con il grado di generale di brigata. All’inizio del conflitto, comanda i reparti preposti alla difesa costiera della Riviera di Ponente, in Liguria. Successivamente, viene trasferito al Comando del Presidio Militare di Foggia: un presidio importante, da cui dipendono ben 23 reparti, tra esercito, aviazione, carabinieri, finanza e vigili del fuoco.
Quando a Cassibile , l’8 settembre 1943, il capo del governo italiano Pietro Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati, Caperdoni è nel suo ufficio, che ha sede nel palazzo della ex Banca d’Italia, dirimpetto al Municipio.
Diversi storici, a proposito dell’8 settembre, hanno parlato di “morte della Patria” ravvisando in quell’atto di resa la rottura di quel sentimento di unità nazionale che si era faticosamente sedimentato con il Risorgimento.
In realtà non è così. Se da un lato è vero che il “proclama” di Badoglio fece piombare l’esercito nel caos più totale, determinando l’insorgere di diffusi episodi di sbandamento e di diserzione, dall’altro si deve dire che i soldati italiani si resero protagonisti di grandi gesti di sacrificio ed abnegazione, proprio nel Mezzogiorno, teatro in quei giorni dell’operazione Avalanche, con le forze alleate che bombardavano le città dall'alto, mentre via terra avanzavano verso Napoli e Foggia, dopo lo sbarco di Salerno.

mercoledì 22 novembre 2017

Quando la Capitanata voleva staccarsi dalla Puglia, ed essere una regione a sè

In seno alle commissioni dell'Assemblea Costituente, si sviluppò un vivace dibattito sulle Regioni, la cui nascita sarebbe stata formalmente sancita dalla Costituzione, assieme alla delimitazione delle relative circoscrizioni. Questo dibattito interessò particolarmente la Puglia, in quanto non mancarono le voci critiche di quanti, soprattutto da parte salentina e foggiana non gradivano la supremazia barese e avrebbero preferito staccarsi dal territorio regionale che andava profilandosi, facendo regione a sè.
Fu un confronto serrato, che si concluse come tutti sappiamo, con la Regione "lunga" che comprende Capitanata, Terra di Bari e Salento ma che è ancora oggi attualissimo: la Puglia decretata dai Costituenti resta ancora, per molti versi, le Puglie ed una concreta unità regionale è ancora tutta di là da venire.
Tra i sostenitori dell'autonomia dauna figurava Carlo Ruggiero, avvocato socialista, direttore dell'organo della Federazione socialista di Capitanata, Avanti Daunia, su cui venne pubblicato l'articolo che oggi offriamo ai lettori e gli amici di Lettere Meridiane, con la raccomandazione di una lettura approfondita e attenta, ma serena.
Quello dei complessi rapporti ed equilibri tra i diversi territori pugliesi è un tema serissimo, che viene troppo spesso derubricato a questione di mero campanile. Lo dimostrano proprio le diverse questioni affrontate nel lungo ed intrigante articolo, che si sofferma in modo particolare sui critici rapporti tra Foggia e Bari. Venne pubblicato, con il titolo Autonomie Regionali / Foggia e la Regione, ai primi di gennaio del 1946. Potete scaricare qui il ritagli d'epoca, originale.
Ruggiero - un personaggio che andrebbe riscoperto - venne eletto all'Assemblea Costituente, e non fu un deputato qualunque: assieme a Giuseppe Di Vittorio fu tra i più attivi di quelli eletti nella circoscrizione Bari-Foggia, distinguendosi in modo particolare per gli interventi in difesa dei diritti civili e per le sue riflessioni sulla famiglia, sui partiti, che andavano allora rinascendo, dopo la forzata clandestinità imposta dal regime fascista.
Il deputato socialista prende in considerazione anche l'idea non del distacco tout court dalla Puglia, ma dell'accorpamento della Capitanata con il Molise, prefigurando ed anticipando l'idea della Moldaunia, per cui si battono da anni il pugnace Gennaro Amodeo e il comitato che propone l'annessione della provincia di Foggia alla Regione molisana.
* * *

Autonomie Regionali

Foggia e la Regione

 La provincia di Foggia dovrebbe staccarsi dalla regione pugliese.
L’appartenenza della nostra provincia alla regione pugliese, infatti, risulta assolutamente ingiustificata.
Non esiste tra noi ed il resto della regione nessuna contiguità spirituale, nessuna comunanza storica, nessuna identità di interessi economici.
I rapporti tra la provincia di Foggia e quella di Bari (che è la più prossima) sono rari, occasionali, determinati sempre da ragioni estrinseche, destituite di ogni contenuto di vera e propria necessità.
L'attuale configurazione geografica della neutra provincia fu dovuta evidentemente ad un principio meramente topografico e quindi meccanico o alla determinazione di oligarchie o dalla prepotenza di interessi economici particolaristici.

Monumento alle vittime del '43, il sindaco precisa: nessun attrito con l'artista e il Comitato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall'Ufficio Stampa del Comune di Foggia, la seguente nota di precisazione sulle dichiarazioni del Sindaco, Franco Landella, comparse nell'articolo di Maurizio De Tullio, Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato, pubblicato ieri.
* * *
Gentilissimo Geppe,
abbiamo letto l’intervista realizzata da Maurizio De Tullio al Sindaco Franco Landella in relazione allo stato dell’iter per la realizzazione del monumento alle vittime dei bombardamenti, pubblicata sul tuo blog.
La tempistica di pubblicazione, rispetto al giorno in cui sono state raccolte le dichiarazioni del primo cittadino (il 30 ottobre, in coincidenza con la cerimonia di concessione della cittadinanza onoraria al dott. Pasquale Di Cicco), rende l’articolo anacronistico e causa possibili motivi di attrito con l’artista che ha progettato il monumento e con il Presidente dell’Associazione per un Monumento alle Vittime dei Bombardamenti.
Nel frattempo, infatti, da un lato il prof. Cristian Biasci aveva già chiarito di aver mandato le tavole al Settore Cultura del Comune, il quale le ha girate al Settore Lavori Pubblici dove i tecnici potranno fare i calcoli economici del caso, dall’altro il Sindaco Landella si era incontrato con Alberto Mangano, con il quale i rapporti sono assolutamente distesi, perché sono stati chiariti piccoli equivoci che si erano creati.

martedì 21 novembre 2017

Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato (di Maurizio De Tullio)

Come avevo annunciato ai lettori di LM, mi ero promesso di approfondire i motivi per cui il progetto del monumento per le vittime civili dei bombardamenti su Foggia del 1943, comprensivo di posa in opera, si sia arenato ormai da quasi un anno. Un anno a distanza del quale sembrava tutto pronto: plastico dell’opera, progetto approvato dal Comune, location individuata, possibili finanziamenti individuati.
E allora – si chiederanno da lassù le anime delle migliaia di vittime innocenti cui quel monumento è stato dedicato –, quali ostacoli si sarebbero frapposti? Onestamente faccio fatica a individuarli, soprattutto dopo l’intervista che mi ha concesso qualche giorno fa il Sindaco di Foggia, Franco Landella, perché il livello del confronto dialettico è davvero poco esaltante.
La domanda che ho posto è stata semplice: “Signor Sindaco, a che punto siamo con la realizzazione dell’opera?”. E il primo cittadino ha evitato di dare numeri o date perché, a suo dire, è il “Comitato” – presieduto dal 2012 da Alberto Mangano – che in questa fase doveva agire e invece perderebbe tempo, non marciando con la stessa tempistica landelliana. 
Aspettavo da tempo dal ‘Comitato’ i dati che permettessero alla nostra struttura tecnica di operare di conseguenza, visto che l’area gliela abbiamo individuata e concessa da parecchio tempo. Il bozzetto è stato approvato ma solo in linea di massima perché aspettiamo dal Prof. Biasci (docente pisano presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia e progettista dell’opera – ndr) una relazione dettagliata per consentire una quantificazione esatta del computo metrico, con il calcolo del cemento e degli altri manufatti. Fatto questo passo, potremmo poi passare ad una richiesta di sponsorizzazione a più soggetti. Ad oggi il Prof. Biasci – e sono passate diverse settimane – non mi ha fatto pervenire nulla!”.

Giuseppe Vaccariello e don Tonino Intiso, storie e incroci di sport e solidarietà

Trent’anni di attività. Generazioni di giovani calciatori forgiati in quella che è scuola di calcio più longeva e più radicata a Foggia. Cresciuti nei campi di periferia e poi finiti a tirare calci al pallone su quelli che contano, come Cristian Agnelli, l’attuale capitano rossonero. Ma tutti, campioni e non, educati ad essere sportivi veri, persone oneste, rispettose del prossimo, e ad amare la città.
Giuseppe Vaccariello festeggia i suoi primi trent’anni di insegnante e tecnico del pallone. Allenatore di calcio laureato in quel di Coverciano, il mister opera sul campo della parrocchia di Sant’Antonio, in via Sbano, dove il suo sodalizio, il Foggia Football Club, gestisce una scuola calcio tra le più apprezzate e frequentate della città.
L’esordio di Vaccariello tra i prof. del calcio, datato appunto trent’anni fa, è legato ad una delle pagine più belle ed intense della storia di Foggia solidale. Ebbe luogo sul campetto della parrocchia del SS.Salvatore, in via Napoli, che allora non c’era ancora.
La direzione della Parrocchia era stata da poco assunta da don Tonino Intiso, coadiuvato da don Bruno Bassetto, quale viceparroco. A San Salvatore don Tonino aveva avviato, assieme ad Ersilia Crisci, una delle più avanzate esperienze pedagogiche che siano mai state realizzate nel capoluogo dauno: La Casetta, una scuola materna ed elementare, fondata sulla valorizzazione della creatività individuale dei bambini che la frequentavano e, in armonia con lo spirito conciliare dei tempi, sul costante coinvolgimento dei genitori e delle famiglie, che in buona sostanza cogestivano la struttura. La retta non era prefissata, ma era determinata sulla base delle disponibilità economiche dei nuclei familiari che iscrivevano i propri bambini.
La realizzazione del campo di calcio e l’apertura della scuola calcio furono la logica conseguenza di questo progetto. Non solo una scuola dove s’insegnasse a tirare calci al pallone, ma qualcosa di più: un momento di crescita della persona e della comunità, all’interno della comunità parrocchiale. “Don Tonino mi ha insegnato tanto, e devo a lui se questi valori me li porto ancora dentro”, ricorda commosso Giuseppe Vaccariello.
Ma per fare la scuola, occorreva prima di tutto fare il campetto, opera per la quale si spese moltissimo don Bruno Bassetto. E così, dopo qualche mese, ecco il campo, ecco la scuola calcio, ecco i primi tornei, il tutto promosso, organizzato, e mandato avanti da Vaccariello, “con la fondamentale collaborazione - annota il mister - di Tonino Russo”, altro pezzo da novanta del mondo del calcio di periferia a Foggia.

lunedì 20 novembre 2017

Parco San Felice, da simbolo di degrado a speranza di futuro

Nello scorso week end, Parcocittà ha spento la sua prima candelina. Dodici mesi soltanto, ma sembrano esserne passati molti di più, tanto la struttura si è radicata nel tessuto sociale, civile e culturale del quartiere, della città.
Solo qualche anno fa, Parco San Felice era assurto a simbolo dell'endemico degrado della periferia foggiana: il centro sociale sorto nell'ambito del piano Urban completamente vandalizzato, gli spazi verdi e il parco giochi sporchi. L'impressione prevalente era quella dell'abbandono, di un destino segnato.
Grazie a Parcocittà, Parco San Felice è tornato ad essere nuovamente un attrattore, e non solo per una salutare passeggiata o per godere un po' d'aria fresca quando incombe la calura. Il centro sociale, recuperato e riqualificato, con l'annesso anfiteatro, è divenuto il principale aggregatore di iniziative culturali della città: convegni, concerti, proiezioni, mostre, infittiscono e impreziosiscono un cartellone di qualità.
Da simbolo di degrado, a biglietto da visita, fiore all'occhiello di una città che non s'arrende, che vuole ritrovarsi e partecipare.

Quell'eroe sconosciuto della guerra a Foggia

Quanti atti di eroismo si sono consumati in silenzio, lontano dal clamore della cronaca e dalla ribalta della storia nella tragica estate del 1943? Mi fa specie pensare che Foggia sia riuscita nella impresa di dividersi per decenni sul numero esatto delle vittime dei bombardamenti, ma non sia stata in grado di inscrivere nella sua memoria collettiva le tante e tante belle storie che hanno punteggiato quei giorni drammatici, e che corrono il rischio dell'oblio.
Come quella che potete leggere in questa lettera meridiana, in cui mi sono imbattuto spulciando le annate di Avanti Daunia, l'organo della Federazione socialista di Capitanata.
La raccontò sul numero zero del giornale, in edicola il 3 marzo del 1945, firmandosi con lo pseudonimo Cierre, Carlo Ruggiero, che era anche il direttore.
L'articolo è prezioso perché dà conto di pagina oscura e mai sufficientemente portata alla luce del 1943 a Foggia: la feroce rappresaglia nazista che si abbatté sulla città all'indomani dell'armistizio. Come se non fossero bastati i raid aerei degli Alleati, prima di ritirarsi da Foggia, i tedeschi operarono un autentico saccheggio, terrorizzando e mettendo ancora di più in ginocchio la popolazione, decimata e prostrata dalle bombe alleate.
In questo contesto, si consumò un grande atto di coraggio e di onore, ad opera di un ufficiale dell'esercito italiano. Ruggiero, che riferisce la vicenda così come tramandata dalla memoria dei foggiani, parla di un anonimo generale. Si tratta di Felice Caperdoni, che durante quella tragica estate era a capo del Presidio Militare di Foggia, che comprendeva 23 reparti, tra esercito, aviazione, carabinieri, polizia, guardia di finanza e vigili del fuoco.
Non voglio anticiparvelo. Vi dico solo che quando ho letto l'articolo, molto ben scritto e coinvolgente, mi si è accapponata la pelle e mi sono venute le lacrime agli occhi. Così ho pensato - come mi piace fare con tutte le cose belle con cui vengo a contatto - di condividerlo con i miei amici e lettori di Lettere Meridiane. Leggetelo, condividetelo, riflettete. E non dimenticate.
* * *
GENERALI
Quando scoppiò l’armistizio, una banda di tedeschi si avventò sulle strade di Foggia.
Le strade erano deserte, ingombre di macerie e di relitti, ancora sparse di cadaveri.
I tedeschi irruppero nella città ed istintivamente fedeli alle tradizioni dei loro remoti progenitori e compiutamente esperti nella scienza della distruzione, incominciarono la demolizione oculata e razionale, fatta scientificamente, secondo i canoni diligentemente appresi nelle loro scuole di istruzione militare.
Dettero il guasto alle case ed agli edifici pubblici. Spezzarono frantumarono fracassarono. Inaridirono profondamente ogni sorgente di vita, le rovine, nere, fumarono nei cieli senza voce. Le case erano disfatte; dagli squarci enormi mostrarono le cose più care agli uomini: una culla, i vestiti di lavoro, il corredo della ragazza. La città era conclusa in un cerchio di silenzio invalicabile.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...