martedì 25 aprile 2017

Cinemadessai | Era notte a Roma: Rossellini racconta la guerra e la liberazione

OGGI
Era notte a Roma non è tra i film più noti di Roberto Rossellini, ma vale la pena vederlo perché, pur uscito nel 1960, rilancia alcuni temi che il regista aveva affrontato in precedenza, negli anni aurei del neorealismo. Rossellini torna sulla vicende belliche (l'ambientazione della pellicola è la stessa di Roma città aperta) per raccontare la storia di tre soldati di diversa nazionalità (un americano, un inglese e un russo) che riescono ad evadere dal campo di concentramento in cui sono rinchiusi, mentre infuria la battaglia di Montecassino. Trovano rifugio presso Esperia, una giovane popolana che abita nel popoloso rione Ponte e che pratica la borsa nera. Sulle prime, la donna non vorrebbe aiutarli, ma viene convinta a farlo dal suo fidanzato Renato, antifascista, che si impegna anche per trovare una via di fuga al terzetto. Le cose, però, non andranno nel senso sperato. Il film si conclude con le immagini degli americani che entrano a Roma, restituendo la libertà alla città capitolina.
Nel film affiorano sentimenti pacifisti che divisero la critica: mentre la stampa di ispirazione comunista criticò la «visione clerico-centrica» del film (che fu prodotto da parte italiana dalla Golden Star, fondata dal sacerdote gesuita Angelo Arpa), Morandini scrisse che Rossellini aveva mostrato nel film la partecipazione veramente popolare della resistenza.
Nel film, il regista adotta un obiettivo fotografico di lunghezza focale variabile, antesignano dello zoom, che gli consente riprese di lunga durata senza stacchi, allungando i tempi della recitazione e limitando al massimo il montaggio. Notevole il cast che vede all’opera Giovanna Ralli, Leo Genn, Sergej Bondarchuk, Peter Baldwin, Renato Salvatori, Laura Betti, Enrico Maria Salerno e Paolo Stoppa. Opera importante, da recuperare. È possibile vederla stanotte, alle 00.45 su La7.
DOMANI
Rete 4 rende omaggio, domani in prima serata (ore 21.15) a Bud Spencer riproponendo il film che lo lanciò assieme a Terence Hill: Lo chiamavano Trinità. A dirla tutta, la pellicola che consacrò la scatenata coppia fu piuttosto il sequel (Continuavano a chiamarlo Trinità), ma già nel primo si trovano gli elementi e le intuizioni (geniali) che avrebbero conquistato il pubblico.
Il segreto dell’inarrestabile successo sta nella riproposizione dei temi classici del western all’italiana che non viene tuttavia né imitato né semplicemente parodiato, ma completamente rivoltato. Pare senza che il regista E.B. Blucher (Enzo Barboni) ne fosse neppure consapevole. Si narra, infatti, che alla prima non comprendesse com’è che il pubblico si sbellicava dalle risate. Era convinto di aver fatto un western normale. Ma non fu così: aveva inventato un genere nel genere (da qualcuno definito “fagioli western”). Qui siamo alla comicità pura, trascinante e travolgente.
Bud Spencer e Terence Hill (che indossa i panni di Trinità) sono due fratelli piuttosto malviventi, ma con il cuore d’oro. Così, da una tentata truffa ai danni di un ricco allevatore incappano in un affare che potrebbe rivelarsi assai più grande di loro: aiutare una comunità mormone (che per il suo credo religioso non porta armi) a non essere cacciata dalla zona in cui si è insediata.
Campione d’incassi al botteghino e di ascolti in occasione dei frequenti passaggi televisivi, la pellicola venne distribuita con successo anche in Germania, in Australia e in alcune sale di New York e Los Angeles.

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